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Sindacato Cronisti Romani: giornalisti, si è rotto il filo vitale tra l’esperienza e il nuovo, ma noi ci battiamo di più

FABIO MORABITO, presidente del Sindacato Cronisti Romani

Il risveglio di Roma non c’è stato, ma nessuno - neanche i detrattori della nuova amministrazione - pretende la soluzione immediata di problemi che sono penetrati nel tessuto della città come l’acqua di un temporale infinito. Sarà il prossimo anno a doverci dire qualcosa di più sul destino di questa città malata, nonostante molti cittadini credano - con romana rassegnazione - che sia inguaribile. Le principali responsabilità sono del Campidoglio, e poi del Governo che può decidere di soccorrere la città in quanto Capitale. Ma non sono le sole. E sono responsabilità politiche difficili da valutare perché vanno capite al netto di un passato ingombrante, di un debito pubblico che ingessa ogni decisione, di una corruzione diffusa, di un labirinto di problemi, impedimenti e emergenze che non ha paragoni non solo in Italia ma anche guardando oltre confine.
Il ruolo dei media, in questa complicata lettura e nel racconto della città, è ora più centrale che in passato. Indispensabile. Ma questo non viene capito: l’informazione che ha rotto gli argini, non più limitata a giornali radio e tv, ma disseminata nel web, ha bisogno più che mai di giornalisti bravi e liberi. Il Sindacato cronisti romani, un gruppo di specializzazione all’interno del sindacato unico dei giornalisti (l’Associazione Stampa romana e la Fnsi), ha nel proprio Dna la difesa dell’impegno sul campo, le scarpe consumate anziché il giornalismo da laboratorio chiuso nella cattedrale-redazione senza un costante contatto con la realtà.
«I cronisti sono il cuore e il motore del giornalismo», sosteneva Victor Ciuffa, fondatore di Specchio Economico ma anche amico, dirigente generoso e presente del Sindacato cronisti romani. Victor nel 2016 ci ha lasciati, ma non ci ha abbandonati: il suo insegnamento di eleganza e modernità è una delle risorse che ci fa guardare a un futuro difficile, perché il tempo ha sbiadito inesorabilmente il forte senso di amicizia e solidarietà nei cronisti. Si è persa anche la compattezza della categoria, con la crisi del settore che ha avuto l’effetto non di unire ma di dividere. 
Nelle redazioni, i quasi mille prepensionamenti di questi ultimi otto anni non hanno ringiovanito le redazioni, ma le hanno svuotate. Al di là dell’aspetto puramente anagrafico, sarebbe stato necessario il passaggio di consegne come è sempre avvenuto, quando il giovane affiancava l’anziano prima che questi lasciasse il lavoro. Ora si sostituisce senza aver integrato. Si è rotto il filo vitale tra l’esperienza e il nuovo, tra l’uso dei vecchi strumenti del mestiere (con collaudati canali e fonti sul campo) e il potente radar che sono le nuove tecnologie. Un filo che in passato aveva la scossa elettrica dell’entusiasmo, e che adesso è impoverito dall’invasione di informazioni ufficiali, le «veline» e i comunicati asettici prodotti in serie. 
In questa deriva della categoria, sempre meno sensibile - al di là di enunciazioni di principio e di striscioni esibiti in piazze deserte - alla necessità della difesa della qualità dell’informazione, la voce del Sindacato cronisti romani si distingue ancora. Anche per originalità: noi, ad esempio, proponiamo una modifica della legge sulla diffamazione che disinneschi la minaccia delle querele temerarie (che chiedono indennizzi spropositati a scopo intimidatorio) ma siamo contrari alla depenalizzazione del reato. Come mai, se anche parte del mondo politico chiede che sia abolito il carcere per i giornalisti? Il carcere per noi è giusta pena se la diffamazione è dolosa, conseguenza non di errore ma di volontà di compromettere l’immagine di qualcuno. Siamo dalla parte dei giornalisti onesti, che del carcere non hanno paura ma delle querele irragionevoli e delle richieste milionarie di risarcimento sì, perché ci può sempre essere un giudice che sbaglia e può non capire, condannando alla rovina un cronista e la sua famiglia.
Nel Sindacato unico dei giornalisti i cronisti romani sono a norma di statuto federale un gruppo di specializzazione, fanno parte della Fnsi e della Asr ma con una propria funzione e indipendenza. La dizione «sindacato» può ingannare, perché non siamo quelli che si siedono al tavolo della trattativa per i rinnovi contrattuali. Ma siamo quelli che si battono, da sempre, per la qualità dell’informazione e quindi per rimuovere gli ostacoli al lavoro dei giornalisti, in  modo apolitico, in secolare sintonia con il diritto dei cittadini ad essere informati. In questo ruolo siamo impegnati anche a proporre modifiche di legge in tutela della libera informazione, e non solo a metterci in trincea contro le periodiche tentazioni di norme restrittive, quelle che abbiamo chiamato leggi-bavaglio. 
A Roma, oltre mezzo secolo fa, il Sindacato cronisti era una voce così potente che arrivava a proporre - sempre nella linea del bene della città - perfino modifiche del piano regolatore. Tempi lontani. Ma ancora il Sindacato cronisti ha senso e vitalità perché non cede di un passo dalla bussola dell’informazione corretta come soluzione immediata anche per i problemi di Roma. Una linea che, nella realtà del malaffare e della corruzione diffusa, sembra antica ma è la più moderna che ci sia.   

Tags: Gennaio 2017 sindacato Roma Victor Ciuffa giornalisti

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