Il nostro sito usa i cookie per poterti offrire una migliore esperienza di navigazione. I cookie che usiamo ci permettono di conteggiare le visite in modo anonimo e non ci permettono in alcun modo di identificarti direttamente. Clicca su OK per chiudere questa informativa, oppure approfondisci cliccando su "Cookie policy completa".

Perche' l’ateneo deve scendere dalla cattedra e fare innovazione sociale

GIUSEPPE NOVELLI rettore dell’università degli studi di roma «tor vergata»

Siamo di fronte a un mondo che cambia. Che cambia molto velocemente sotto i nostri occhi. E che deve essere compreso affinché le risposte alle sfide che esso pone possano essere concrete, corrette ed efficaci. Il principale compito delle Università è confrontarsi con questo mondo e interpretarlo con gli strumenti da sempre a disposizione: la conoscenza e, meglio, la comprensione. La comprensione è la conoscenza del contesto, dei suoi limiti, delle sue incertezze e ambiguità, delle sue logiche e del suo valore. Marie Curie ha affermato: «Niente nella vita è da temere, è solo da essere capito».
Ogni giorno ci interroghiamo su cosa sia necessario fare, appunto, per comprendere, per rispondere alle nuove esigenze e alle pressanti emergenze della società, su quali siano le azioni cruciali per cogliere le opportunità di un quadro in continua trasformazione, per reagire al clima di incertezza, di tensione e di instabilità psicologica e di comportamento intorno a noi. Insistiamo - con fierezza, determinazione e nonostante le difficoltà - nelle nostre «mission» tradizionali della ricerca, della didattica, della terza missione, creando e trasferendo cultura e sapere. Ma stiamo andando nella direzione giusta? Il nostro impegno quotidiano ci sta portando a dare risposta ai segnali provenienti dalla società, alle tensioni del quadro sociale, politico e culturale, alla precarietà e al disagio delle nuove generazioni, soprattutto della cosiddetta «generazione Erasmus»?
Investiamo nella qualità della didattica; ci impegniamo contro l’abbandono; lavoriamo per dottorati innovativi; intensifichiamo la mobilità internazionale anche grazie ad un Programma Erasmus Plus che in 30 anni ha coinvolto oltre 3,5 milioni di studenti, dei quali il 10 per cento proveniente dall’Italia; incrementiamo la qualità della nostra ricerca scientifica che tra gli anni 2011-2014 ha raggiunto uno standard comune e più elevato, secondo quanto emerge dalla Valutazione della qualità della ricerca (Vqr) realizzata dall’Anvur.
Abbiamo dunque cura del nostro vivaio di intelligenze, sappiamo formare giovani qualificati e capaci di competere a livello internazionale. In altre parole, siamo capaci di coltivare talenti, ma - come università - da soli sembriamo non capaci di completare l’opera, se ad esempio è vero che il 54 per cento dei laureati in Italia è occupato a tre anni dalla laurea, contro la media europea dell’80 per cento. Molti studi suggeriscono che la laurea costituisca il fattore di successo per entrare nel mercato del lavoro e che studiare a lungo conviene. I risultati dell’ultima indagine Almalaurea dicono che prepariamo dottori di ricerca appetiti dalle imprese (con un tasso di occupazione a un anno dal conseguimento del titolo dell’87 per cento contro il 70 per cento dei laureati magistrali). Tuttavia, in dieci anni l’Università italiana ha perso 65 mila potenziali matricole, ovvero il 20 per cento dei diplomati che hanno scelto di non continuare gli studi.
A pesare su questo risultato è stata certamente la crisi economica, ma non solo. Sempre più ci troviamo a fare i conti con l’esistenza di un divario tra ciò che facciamo e ciò che viene raccontato di noi. La lista di tutte le cose che l’Università italiana sta realizzando è lunga, forse impressionante, certamente in espansione. Ma, se facciamo tante cose, perché avvertiamo quel divario? Perché cittadini, governi, industria e istituzioni sembrano non fidarsi dell’Accademia? Siamo forse di fronte a quel fenomeno che il professor Robert Proctor dell’Università di Stanford definì «agnotologia»? Proctor conia nel 1995 questo termine per designare la scienza dell’ignoranza, la storia dell’ignoranza, la politica dell’ignoranza, la produzione (ad arte) dell’ignoranza per lasciare nel «buio».
Una delle principali ragioni di questa condizione va probabilmente ricercata nel fatto che tutte le attività da noi condotte (nelle tre nostre direzioni di marcia) portano frutto solo dopo un certo numero di anni, spesso con modalità incerte e non facilmente comprensibili. Se siamo di fronte a un fenomeno di agnotologia, forse dobbiamo spiegare meglio noi stessi; dobbiamo «convincere» l’opinione pubblica, la politica e i media che ciò che facciamo è il meglio che si può fare; dobbiamo dimostrare che il ritorno degli investimenti in istruzione superiore e in ricerca e sviluppo è effettivamente tra i più alti. Possiamo pensare di rafforzare la nostra influenza politica, intervenendo da attori primari, partecipando a pieno titolo alla discussione e risoluzione di questioni globali, rinsaldando le collaborazioni con istituzioni internazionali, progredendo nei rapporti con Paesi di ogni parte del mondo per produrre idee condivise e favorire buoni processi relazionali.
È ciò che stiamo facendo con la World Conference of University Rectors, promossa dal Vicariato di Roma-Ufficio Pastorale Universitaria e da noi annualmente ospitata presso Villa Mondragone, il Centro di rappresentanza dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Nell’incontro di settembre 2016 hanno preso parte rettori di ben 57 Paesi, tra cui Siria, Iran, Israele, Palestina. Oppure, è ciò che stiamo facendo promuovendo la Rete delle Università sostenibili (RUS) o impegnandoci su temi globali per il raggiungimento degli obiettivi di Sviluppo sostenibile definiti dalle Nazioni Unite (Sustainable Development Goals, SDGs), essenziali per il progresso e la pace: per il loro conseguimento entro il 2030 sarà determinante il ruolo delle università. È in questo senso che Tor Vergata ha deciso di indirizzare la propria missione e di aprire la propria visione allo sviluppo sostenibile, in ogni sua declinazione, a partire dalla dimensione legata al binomio benessere e salute.
Possiamo forse spiegare più efficacemente il nostro valore sociale, contro ogni tipo di ignoranza, fornendo ai nostri interlocutori la miglior prova che ciò che facciamo porta effetti benefici a lunga durata sul valore aggiunto per l’individuo e per la società, sia in termini monetari sia in termini immateriali, attraverso la realizzazione di output intangibili di cui la società ha occorrenza, come la felicità, il benessere, la coesione sociale. Possiamo attivarci ancora di più per promuovere sinergie con il mondo dell’industria, verso una «congiunzione» tra Accademia e impresa che possa rappresentare l’elemento chiave delle nuove politiche industriali e dell’innovazione. Possiamo senza dubbio impegnarci a riconquistare la fiducia di chi si muove intorno a noi, superando punti di vista divergenti. Il Gruppo Russell delle Università del Regno Unito ha recentemente dimostrato che il contributo della ricerca universitaria è determinante per l’economia britannica. Molti studi simili sono stati eseguiti al di fuori del continente europeo e tutti hanno confermato questo risultato. Il beneficio dell’Università per il sistema economico e sociale di un Paese va infatti al di là del vantaggio di coloro che la frequentano. L’Università rappresenta infatti un agente di crescita sociale, un agente di crescita economica, un agente di riduzione dei divari geografici in grado di riequilibrare, riunificare, compensare le differenze. In alcune zone difficili rappresenta anche un presidio di legalità.
E, allora, di che cosa abbiamo bisogno? Di fiducia reciproca. Di lavorare insieme, in modo coeso, verso un obiettivo condiviso. Dobbiamo avere consapevolezza che la difficoltà di fare tutto ciò richiede di costruire una lingua comune. Richiede di identificare in modo armonico un diverso codice di comportamento, superando individualismi, ambiguità e dissapori. Richiede una Università che rappresenti la coscienza critica del Paese. Prima di tutto, per dovere nei confronti dei giovani. Per loro dobbiamo sviluppare capacità, non nozioni. Ma quali capacità? Derek Bok della Harvard University ha scritto: «Se pensate di venire in questa Università ad acquisire specializzazioni in cambio di un futuro migliore, state perdendo il vostro tempo. Noi non siamo capaci di prepararvi per quel lavoro che quasi certamente non esisterà più intorno a voi. Ormai il lavoro, a causa dei cambiamenti organizzativi e tecnologici, è soggetto a variazioni rapide e radicali. Noi possiamo solo insegnarvi a diventare capaci di imparare, perché dovrete reimparare continuamente».
Far acquisire capacità critica, far «imparare a imparare»: formare le nuove generazioni non è spiegare la strada, bensì aiutare a «entrare» nella realtà. Forte individualismo e aggressivo impeto competitivo, privilegiate fino a pochi anni fa come caratteristiche di successo per il mondo del lavoro, lasciano ora il posto a fattori quali l’abilità nella relazionalità, la capacità di lavorare in team, il problem solving, l’immaginazione. E questo deve fare il «buon insegnamento». Ma il buon insegnamento non è una dote innata, bensì (anche questa) una competenza da sviluppare. Ecco dunque quello a cui tutti dovremo ambire: una Accademia che scenda dalla cattedra, che non costruisca «muri» (del pensiero e del fare), che edifichi ponti tra generazioni, società, istituzioni, imprese. Un’Accademia che sia promotrice di una cultura di cooperazione, di valori etici e di innovazione sociale.   

 

APERTURA ANNO ACCADEMICO TOR VERGATA

JUAN ROMO • Rettore Università Carlo III di Madrid
Per me, rettore dell’Università Carlo III di Madrid, nonché presidente di Yerun (Young European Research Universities Network), utopia e realtà procedono mano nella mano nel nostro lavoro di ogni giorno per rafforzare la cooperazione tra le Università europee, sviluppare la ricerca scientifica e offrire un’eccellente istruzione ai nostri cittadini europei e agli studenti internazionali. L’intero mondo occidentale sta vivendo grandi incertezze sintetizzate nell’acronimo coniato da alcuni accademici americani: Vuca, ossia volatilità, incertezza, complessità e ambiguità. La buona notizia è che la nostra istituzione, l’Università, si trova in una posizione privilegiata nell’affrontare questo mondo di VUCA. «Trasforma il tuo muro in un giardino», scrisse il poeta tedesco Rilke. È il nostro motto».  

GIUSEPPE COLPANI • Direttore generale Tor Vergata
Per i diversi aspetti che la caratterizzano, la gestione di un’organizzazione come quella universitaria è una sfida molto più impegnativa della gestione di un’impresa.. Dobbiamo gestire come le aziende private, valorizzare autonomia e responsabilità delle strutture che producono ricerca e didattica garantendo sufficiente flessibilità, rispettare norme ed adempimenti garantendo un adeguato controllo centrale. Con riferimento alla macchina organizzativa, la sostenibilità è intesa anche come migliore combinazione di fattori per un ambiente di lavoro stimolante e sereno, con al centro il valore della persona. L’Università è una comunità di persone. Bisogna lavorare insieme, ciascuno nel suo ruolo. Siamo amministrazione unica non semplice somma algebrica di componenti».   

IVANO DIONIGI • Ordinario Alma Mater Studiorum Bologna
L'Università, una delle istituzioni più prestigiose e più credibili del Paese che ha il privilegio di dare del tu alla storia, ha oggi una responsabilità supplementare: i suoi maestri, i suoi uomini di pensiero, noi professori siamo chiamati a professare l’etica della competenza, vale a dire il sapere e i saperi nel segno dell’affascinare, insegnare, mobilitare ; e l’etica del rigore intellettuale e morale, che non si concilia con la doxa rumorosa, la chiacchiera imperante, il facile consenso. Due compiti tra i più urgenti. In primo luogo ricordare la bellezza, la prerogativa e il potere della parola, un’ecologia linguistica. Il secondo compito dell’Università: promuovere un’alleanza naturale e necessaria tra humanities e tecnologie all’insegna dell’unicità della cultura e pluralità dei linguaggi».    

DANIELE GAROZZO • Studente - oro a Rio 2016 (fioretto)
Capita che il gioco si trasformi in qualcosa di più e diventi passione. E lì talvolta iniziano i problemi nel coniugare il binomio studio e sport, se non si ha la fortuna di formarsi in un’istituzione sensibile, capace di dare sostegno e stimolo, come la mia Università: Tor Vergata ha ben compreso che studio e sport non sono in antitesi, bensì complementari. Due facce della stessa medaglia, che richiedono impegno, sacrificio, organizzazione, puntualità. La scherma mi ha insegnato a rischiare. A Tor Vergata ho scelto di coltivare un’altra passione: la medicina. Il 7 agosto scorso la mia laurea sportiva è arrivata stoccata dopo stoccata, assalto dopo assalto. La mia laurea in Medicina seguirà lo stesso percorso: pagina dopo pagina, esame dopo esame. A volte fallirò, ma sarò pronto a rialzarmi».   

Tags: Febbraio 2017

© 2017 Ciuffa Editore - Via Rasella 139, 00187 - Roma. Direttore responsabile: Romina Ciuffa