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Riflessioni su politica, economia e costume

GIORGIO BENVENUTO  presidente della fondazione  Bruno Buozzi

Elezioni politiche: sì, no, quando?
La Corte Costituzionale ha riscritto la legge elettorale per la Camera. Le nuove regole, dopo la sentenza che ha parzialmente dichiarato incostituzionale l’Italicum che era stato approvato con il voto di fiducia dal Governo Renzi, definiscono illegittimo il ballottaggio; prevedono un premio di maggioranza (340 seggi su 630) solo se la lista vincitrice ottiene il 40 per cento dei voti validi. In caso contrario i seggi sono assegnati con il metodo proporzionale;  per avere seggi una lista deve però ottenere almeno il 3 per cento dei voti. Non sono previste coalizioni alla Camera.
Il Paese è diviso in 100 collegi che eleggono ciascuno da tre a nove deputati. In ogni collegio i partiti presentano le liste per ciascuna formazione, il capolista è bloccato, gli altri sono eletti con le preferenze. Un candidato può essere capolista contemporaneamente in più collegi, fino ad un massimo di dieci. In caso di elezione in più collegi non sarà lui a scegliere quello di elezione, ma si procederà a sorteggio. Il meccanismo è paradossale: di fatto i partiti che prenderanno il 10 per cento nomineranno tutti i propri eletti come capilista, gli altri ne nomineranno sino alla metà.
Al Senato, che dopo il Referendum del 4 dicembre è rimasto vivo e vegeto, esiste una legge, il «Consultellum», del gennaio 2014 sinora mai applicata. Non c’è il premio di maggioranza. Il Collegio è a base regionale. Lo sbarramento è all’8 per cento per la lista non collegata, al 3 per cento se la lista è in una coalizione; è al 20 per cento per le coalizioni. La Corte Costituzionale ha, sia pure in tempi diversi, varato un sistema proporzionale con una correzione maggioritaria esplicita alla Camera (dove il premio scatta al 40 per cento) e implicita al Senato (dove la soglia di sbarramento è al 20 per cento per le coalizioni su base regionale e all’8 per cento per chi corre da solo). «Alla Camera un premio senza coalizione, al Senato una coalizione senza premio», ha commentato Peppino Calderisi. Altre vistose disomogeneità tra Camera e Senato riguardano soglie di accesso diverse, capilista bloccati e doppia preferenza di genere per i deputati e preferenza unica per i senatori, premio alla lista alla Camera e incentivo alla coalizione al Senato, 100 piccoli collegi alla Camera contro 20 grandi collegi regionali al Senato.
I collegi del Senato, in particolare, sono molto grandi, uno per ogni regione, con casi limite in Lombardia, in Campania e in Sicilia, dove risulterebbe altissima la concorrenza tra candidati dello stesso partito. Cosa succederà? Le spinte per arrivare alle elezioni, a prescindere, si moltiplicano. L’aria che tira non è tra le migliori. L’insoddisfazione è generale. Si vota sempre di più contro, non per qualcosa. Andare ancora una volta ad una sorte di ordalia, di giudizio di Dio, porterebbe a risultati rischiosi. La cosiddetta seconda repubblica aveva demolito la prima attaccando lo strapotere dei partiti, l’ingovernabilità, il consociativismo, la mancanza di una alternativa di governo. In realtà si è caduti dalla padella nella brace. Allora i partiti erano sette - otto. I parlamentari non passavano con grande facilità da uno schieramento all’altro.
Era certo necessario aggiornare, modernizzare, europeizzare l’Italia. Ma si è esagerato. Si è distrutto. Non si è costruito. L’Italia è regredita; nel 1985 era la quarta potenza industriale nel mondo ed era in grado di svolgere con autorevolezza un ruolo nella politica internazionale e in quella europea. Si sono perse occasioni su occasioni; il Paese è invecchiato; le riforme non si sono realizzate; è scomparsa la grande industria; è dilagata la corruzione; sono aumentate le diseguaglianze; i giovani non hanno più certezze per il loro futuro; l’ambiente è stato saccheggiato, la burocrazia è diventata opprimente; il fisco aggressivo verso i più deboli e latitante nella lotta all’evasione contributiva e fiscale.
In questo scenario, dopo aver perso tempo nella battaglia per il referendum costituzionale, si vuole ora scavalcare gli ostacoli andando alle elezioni. È una sorta di «cupio dissolvi». È la sindrome del giocatore che avendo perso una prima volta (è il caso delle amministrative del 2015), perde una seconda volta puntando sulla rivincita nel referendum costituzionale; perderà inevitabilmente una terza volta puntando tutto sulle elezioni politiche. È invece il caso, dopo la decisione della Corte Costituzionale, di voltare pagina. La legge elettorale deve essere il risultato di uno schieramento più vasto, come lo fu il «Mattarellum». L’aver imboccato la strada delle leggi elettorali di parte non ha portato fortuna. La situazione è degradata dal 2006 col «Porcellum», di infausta memoria.
Il Parlamento è da tre legislature composto da nominati, i partiti o presunti tali, sono una quarantina; le trasmigrazioni da uno schieramento all’altro sono imponenti (385 su 1.000 nell’ultima legislatura). Ecco l’elenco degli attuali partiti che sono stati ricevuti al Quirinale per le consultazioni per la costituzione del nuovo governo: Gruppo Misto del Senato e della Camera; Sudtiroler Volkspartei; Minoranza linguistica della Valle d’Aosta; Alternativa Libera Possibile (AL-P); Udc; Unione Sudamericana Emigrati Italiani (Usei-Idea); Fare!-pri; Partito Pensiero e Azione (Ppa Moderati); Partito Socialista Italiano (Psi); Liberali per l’Italia (Pli); Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale; Democrazia Solidale; Centro Democratico (Des-Cd); Grandi Autonomie e Libertà; Grande Sud; Popolari per l’Italia; Moderati; Idea; Alternativa per l’Italia; Euro-Exit; M.p.l. (Movimento Politico Libertas); Civici e Innovatori (Ci); Gruppo Parlamentare per le Autonomie (Svp, Uv, Patt, Upt); Gruppo Parlamentare Conservatori e Riformisti (Cr); Lega Nord e Autonomie (I.n.a.); Sinistra Italiana - Sinistra Ecologia e Libertà (Si-Sel); Ala - Scelta Civica per la Costituente Liberale e Popolare; Area Popolare; Ncd; Centristi per l’Italia; Forza Italia-Il Popolo della Libertà; Movimento 5 Stelle; Partito Democratico. Per un totale, considerando che le componenti di questo e quel gruppuscolo uniti sono nella stessa delegazione, di 42 sigle.
L’incompetenza, il conformismo, il trasformismo, l’opportunismo sono le caratteristiche che dominano il dibattito politico. Andando a votare oggi subito, senza uniformare i sistemi elettorali tra Camera e Senato, non ci sarà una svolta. Come in un beffardo gioco dell’oca si ritornerà alla prima casella nominando prima governi tecnici parapolitici, praticando poi strane e a volte torbide alleanze e, infine tornando ad invocare nuove elezioni politiche. Ecco perché il Parlamento ed i partiti devono, con rapidità, applicare e completare la sentenza della Corte Costituzionale. Il «Mattarellum» può essere un punto di riferimento: in fondo è stato neutrale. Ha consentito di vincere sia al centrodestra che al centrosinistra. Ha garantito un legame con il territorio degli eletti. Il dibattito, rapido e conclusivo, del nuovo sistema elettorale deve essere accompagnato da una intensa attività politica del Governo nell’ultimo anno della legislatura.
Ci sono appuntamenti importanti nel mondo dai quali dipenderà molto del nostro futuro. Ci sono le elezioni in Francia, in Olanda, in Germania. C’è un nuovo scenario ancora denso di incognite sulla politica di Trump nei confronti dell’Europa, di Putin, della Cina. L’Inghilterra esce dall’Europa. L’Italia ha delle occasioni importanti: è la padrona di casa per celebrare l’anniversario dei Trattati di Roma e presiede il Vertice dei Paesi maggiormente industrializzati. Il nuovo presidente del Parlamento Europeo è italiano. Così come lo sono l’incaricata della politica estera europea Federica Mogherini e il Segretario generale della Ces Luca Visentini.
Ci sono dei segnali di ripresa. Il consenso politico e sociale per una politica di sviluppo si diffonde; la necessità di una posizione comune sull’emigrazione; la critica alla globalizzazione e alla finanziarizzazione è molto forte. Ci sono molte opportunità per l’Italia. Sarebbe imperdonabile se invece di occuparsi di questi problemi, invece di cercare alleanze per una svolta della politica economica, ci si impantanasse in uno sterile scontro politico.

Evasione fiscale, questa sconosciuta
Renzi aveva parlato di contrasto all’evasione fiscale in 3 anni solo 8 volte. Gentiloni non ne ha fatto cenno nel discorso programmatico del Governo da lui presieduto. La macchina del fisco è stata azzoppata. Via Equitalia. Via gli Studi di settore. Meno, molto meno gli accertamenti. Delegittimata l’Amministrazione fiscale. Bloccati i concorsi, le carriere, i contratti. I risultati non si sono fatti attendere. Nel 2015 non è aumentato il recupero da evasione fiscale. Anzi, al pari del debito pubblico che continua inesorabilmente a crescere, l’evasione fiscale è stimata in 180 miliardi da International Tax Review (la Confindustria parla invece di 122,2 miliardi).
La Corte dei Conti ha denunciato nel Rendiconto generale dello Stato per il 2015, che l’attività di controllo e accertamento sostanziale ha comportato entrate per complessivi 7,753 miliardi, il 3,9 per cento in meno rispetto all’anno precedente. In Italia nel corso del 2016 il numero di denunce di reati tributari, presentate alle Procure dall’Agenzia delle Entrate e dalla Guardia di Finanza, è crollato. Le prime stime parlano di un calo medio del 70 per cento, con punte di oltre il 90 per cento nelle grandi aree metropolitane.
È l’effetto della riforma delle sanzioni entrata in vigore il 22 ottobre 2015, con la quale il Governo Renzi ha innalzato le soglie di evasione al di sopra delle quali scatta il penale. Per l’omesso versamento di ritenute certificate e dell’Iva si è passati dalla soglia ante «riforma» di 50 mila euro a 250 mila euro. Per la dichiarazione infedele il salto è da 50 mila a 150 mila euro. L’omessa dichiarazione annuale di redditi e Iva è da sanzione penale solo se l’imposta non dichiarata supera i 50 mila euro. A loro volta i controlli sui contribuenti più ricchi languono da sempre. Secondo la Corte dei Conti, 588.011 accertamenti effettuati nel 2015 sul pagamento di imposte dirette e Iva, 571.780 (il 97 per cento) riguardano importi evasi non superiori ai 154.937 euro e 77.749 non hanno dato alcun esito. Tutte somme difficili da incassare. Su 51 miliardi di crediti si punta a recuperarne tre con la rottamazione.
Sempre in nome della «semplificazione» e per favorire la compliance dei contribuenti, gli scambi finanziari e le triangolazioni con gli stati ritenuti paradisi fiscali - di cui non esiste neppure più un elenco di riferimento - non devono essere più denunciati separatamente sulla dichiarazione dei redditi rendendo ancora più difficili perfino i controlli automatici, ai quali si affida largamente l’Agenzia delle Entrate.

Autostrade: calano gli investimenti, aumentano i pedaggi
Anche per il 2017, nonostante la deflazione, le tariffe autostradali sono aumentate dello 0,77 per cento in media. È un acconto: altri aumenti avverranno in corso d’anno man mano che il Ministero approverà i piani finanziari dei diversi concessionari che non li hanno avuti il primo gennaio. È difficile dare una valutazione organica della politica tariffaria delle autostrade a causa della confusione che si registra nel settore, con sei o sette diversi regimi tariffari, singole convenzioni variate nel tempo e piani finanziari comunque scontati. Alcune singolarità vanno segnalate. Un primo mistero riguarda i motivi che hanno portato a continui aumenti consistenti nella tratta Torino-Milano (19,5 per cento nel 2009, 12,6 per cento nel 2010, 4,6 per cento nel 2017).
Secondo mistero. Il comunicato del Ministero competente evidenzia che gli investimenti del settore sono ulteriormente e sensibilmente calati anche nel 2015. Le concessioni avrebbero investito solo 765 milioni a fronte di 5,5 miliardi di introiti per pedaggi. Terzo mistero. Il maggiore incremento di tariffe per il 2016, 7,88 per cento, è stato ottenuto dalla Brebemi, che inizialmente aveva visto approvato il progetto garantendo i costi con i soli fondi privati. Quarto mistero: l’assordante silenzio delle Associazioni dei Consumatori, salvo limitate eccezioni. Come mai? Perché? I consumatori non usano le autostrade?

Disuguaglianza in crescita. Cosa si può fare? La ricetta di Atkinson
Il 1° gennaio 2017 è morto Anthony Barnes Atkinson, economista autore di molte proposte per combattere le disuguaglianze e la povertà. Le sue idee sono di stringente attualità. Durante la kermesse dei potenti del mondo a Davos, Oxfam ha diffuso i dati dell’ultimo rapporto secondo cui otto persone hanno ricchezze pari a metà di quelle del mondo. Se aggiungiamo la piramide della ricchezza elaborata da Credit Suisse l’immagine che ne esce è quella di un mondo in cui il divario tra ricchi e poveri continua.
Oxfam indica quanti siano i ricchi che hanno una ricchezza pari alla metà più povera degli uomini. Nel 2010 erano 388, l’anno scorso sono diventati 62; sessantadue persone che posseggono quanto hanno 3,6 miliardi di altre persone. I numeri del 2017 sono ancora più smilzi, quanto dire che la globalizzazione, celebrata a Davos, ha davvero esagerato. Otto persone hanno una quantità di ricchezze pari alla metà della popolazione del mondo. Oggi compaiono con nome e cognome. C’è un finanziere americano, un venditore di abbigliamento spagnolo; ci sono sei operatori nel sistema della comunicazione. Tra questi ultimi c’è il giovane che ha inventato i social.
 Credit Suisse, una delle principali banche svizzere, ci fa conoscere la piramide mondiale della ricchezza e della povertà. Il globo dei viventi è suddiviso in quattro categorie di persone: la prima contempla le persone con una ricchezza superiore a un milione; si tratta di 33 milioni di anime, pari allo 0,7 per cento del mondo. Esse hanno una ricchezza calcolata in 116 trilioni di dollari, pari al 45,6 per cento del totale. La seconda classe ha ricchezze maggiori di 100 mila e minori di un milione di dollari. Si tratta di 365 milioni di viventi pari al 7,5 per cento del totale. La loro ricchezza complessiva è calcolata in 103,9 trilioni pari al 40,6 per cento della ricchezza totale. Segue poi la terza classe che detiene tra 10 mila e 100 mila dollari. Comprende 897 milioni di persone che corrispondono al 18,5 per cento dell’insieme. La ricchezza complessiva è di 29,1 trilioni, pari all’11,4 per cento. Infine ci sono gli infimi, le anime morte, con meno di 10 mila dollari. Sono 3.546 milioni di persone corrispondenti al 73,2 per cento di tutti gli adulti. Complessivamente hanno 6.1 trilioni pari al 2,4 per cento.
Credit Suisse fotografa anche le ricchezze medie individuali nei vari paesi del mondo. Così sappiamo che uno svizzero dispone di beni pari a oltre mezzo milione di dollari (561,9), un cinese-tipo ha beni per 22,9 migliaia di dollari. In mezzo gli altri: un americano 347 mila dollari; un inglese 288,8; un francese 244,4; uno svedese 227,3; un tedesco 185,2; un italiano 125,5; un adulto mondiale medio 52,8 mila dollari. L’elevato livello di disuguaglianza di oggi può essere ridotto efficacemente solo affrontando la disuguaglianza nel mercato. Bisogna quindi partire dalle forze economiche che determinano i redditi da lavoro e da capitale, capire come si formano le disuguaglianze nei diversi mercati e orientare le forze economiche per costruire una società più giusta. In questo tipo di analisi è sbagliato partire con impostazioni a priori, pensando che fenomeni come la globalizzazione o il progresso tecnologico basato sulla robotizzazione siano ineluttabili e non si possa fare niente per correggerne gli aspetti negativi.
Atkinson formula diverse proposte per ridurre la disuguaglianza crescente nel mondo. La prima riguarda l’innovazione: «La direzione del cambiamento tecnologico deve essere una preoccupazione esplicita della politica; va incoraggiata l’innovazione che aumenta l’occupazione, mettendo in rilievo la dimensione umana della fornitura di servizi». Occorre una proposta diretta a riequilibrare il potere del mercato: «La politica pubblica deve mirare a un equilibrio appropriato di poteri fra gli stakeholder, e a questo fine deve introdurre una dimensione distributiva esplicita nelle regole della concorrenza; garantire un quadro giuridico di riferimento che consenta ai sindacati di rappresentare i lavoratori a pari diritti e formare, ove già non esista, un Consiglio sociale ed economico, che coinvolga le parti sociali e altri organismi non governativi» .
Altre due proposte devono riguardare l’occupazione e le retribuzioni: il governo deve adottare un obiettivo esplicito per prevenire e ridurre la disoccupazione e deve sostenere tale obiettivo offrendo un impiego pubblico garantito a salario minimo a quanti lo cercano; deve esistere una politica salariale nazionale, fondata su due elementi: un salario minimo legale fissato a livello di salario vitale e un codice di buone pratiche per le retribuzioni al di sopra del minimo, concordato nell’ambito di una «conversazione nazionale» che coinvolga il  Consiglio sociale ed economico.
Ci sono poi alcune proposte che riguardano la politica fiscale che deve svolgere un’azione redistributiva a favore delle classi sociali più sfavorite. Il governo deve introdurre nell’imposta sui redditi delle persone fisiche «uno sconto sui redditi da lavoro», limitato alle retribuzioni più basse. Atkinson conclude così il piano per ridurre le disuguaglianze: «Deve essere introdotto a livello nazionale un reddito di partecipazione, a complemento della protezione sociale esistente, con la prospettiva di un reddito di base per i figli a livello di Unione Europea. In alternativa deve darsi un rinnovamento della previdenza sociale, con un innalzamento del livello dei benefici e un’estensione della sua copertura». L’ultima proposta riguarda il sostegno ai Paesi in via di sviluppo: «I Paesi ricchi devono innalzare il loro obiettivo per l’assistenza ufficiale allo sviluppo, portandolo all’1 per cento del Pil».
In conclusione sono significative alcune recenti riflessioni di Alan Johnson sul New York Times International Edition del 9 novembre 2016: «Gli iracondi si sentono abbandonati a loro stessi mentre assistono all’esplosione dell’ineguaglianza. Nel 1950 gli introiti medi di dirigenti aziendali britannici erano trenta volte superiori a quelli del lavoratore; nel 2012, 170 volte. Richard Wilkinson e Kate Pickett, nel loro studio The Spirit Level: Why Equality is Better for Everyone hanno dimostrato che l’ineguaglianza estrema si associa a crescenti problemi di salute, crisi famigliari e criminalità, disturbi mentali e uso di droghe - come anche un generale indebolimento a quello che i politici chiamano coesione sociale».
E tanto per fugare il sospetto che si tratta soltanto di un problema britannico, Johnson aggiunge: «Costoro si sentono esclusi dallo sviluppo. Lo sono. L’Ocse ha constatato che in Danimarca, dal 1975 al 2007, il 90 per cento della popolazione ha usufruito del 90 per cento della crescita della ricchezza. Provate a confrontare queste cifre con gli Stati Uniti ove, negli stessi anni, il 10 per cento della popolazione si è appropriata dell’80 per cento della crescita».   

Tags: Febbraio 2017

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