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Prezzi: 2016 in deflazione, e' la prima volta dal 1959

Massimiliano Dona, segretario generale dell’unione nazionale consumatori

Il 2016 si è ufficialmente chiuso in deflazione. In media d’anno, infatti, i prezzi registrano una variazione negativa dello 0,1 per cento. Non sembra molto, ma è tantissimo se si considera che non accadeva da oltre mezzo secolo, esattamente dal 1959, quando i prezzi si erano abbassati dello 0,4 per cento. Insomma, la recessione è tecnicamente finita dal 2014 ma il Paese è ancora in piena crisi ed i consumi stentano a decollare, dopo anni in cui la domanda è crollata. Naturalmente, anche se lo fanno in molti, temo la stragrande maggioranza, non va confusa la causa della deflazione, negativa, con l’effetto, positivo.
La flessione dei prezzi dipende, oltre che dall’andamento dei beni energetici (dovuto alla riduzione del costo del petrolio) soprattutto dai consumi ancora al palo. Ed è questo l’aspetto che ci preoccupa e che deve allarmare chi ci governa, dato che fino a che le famiglie non acquistano, le imprese non vendono. O si affronta con decisione questo problema o la presunta crescita resterà nell’ordine degli «zero virgola» e la piaga della disoccupazione non sarà sconfitta.
Ma la conseguenza della deflazione sul portafoglio degli italiani è decisamente positiva, visto che consente di aumentare il potere d’acquisto delle famiglie (+1,8 per cento il dato tendenziale del III trimestre 2016). Ecco perché troviamo singolare che si sia alzato un coro di voci monocorde contro la deflazione. Un conto che lo faccia Draghi, per giustificare il quantitative easing e trovare un pretesto con la Germania per attuare una politica monetaria (da noi condivisa), meno che lo faccia anche chi per anni si è lamentato dell’inflazione elevata e del costo della vita.
La teoria secondo la quale gli italiani, a fronte di un calo dei prezzi, saranno incentivati a posporre gli acquisti di beni e servizi non indispensabili, per l’aspettativa di ulteriori riduzioni, con l’effetto di innescare una spirale negativa, non regge. Non, almeno, in questo contesto: intanto perché le famiglie, ahimè, hanno smesso già da tempo di fare acquisti superflui per la semplice ragione che hanno finito i soldi. In secondo luogo, di certo non si rinvia alcun acquisto per flessioni dei prezzi incerte ed indeterminate, oltre che così basse. Come dimostra la tesi opposta, che invece si è spesso verificata nel corso della storia, le corse agli acquisti per paura di ulteriori rialzi sono possibili, ma servono iperinflazioni, come nella Germania della Repubblica di Weimar.
I dati Istat, inoltre, dimostrano una correlazione tra l’andamento del potere d’acquisto e la spesa per consumi finali che, non a caso, sta finalmente avendo un andamento positivo, per quanto insufficiente. Certo per ridare maggiore capacità di spesa alle famiglie e rilanciare la domanda servirebbe qualcosa di aggiuntivo rispetto ai prezzi contenuti: politiche dei redditi, sostegno alle famiglie in difficoltà, riforma fiscale, liberalizzazioni. Ma almeno è qualcosa, come sanno le massaie che vanno a fare la spesa al mercato, ben contente di trovare ribassi e offerte vantaggiose.
In ogni caso, i dati di dicembre attestano che la deflazione è finita. Il rialzo delle quotazioni del petrolio dopo l’accordo dei Paesi Opec per il taglio della produzione, ha determinato una risalita mensile dei prezzi dei beni energetici non regolamentati, come i carburanti; l’Authority dell’energia ha comunicato per il primo trimestre 2016 un rincaro dello 0,9 per cento per la bolletta dell’elettricità e del 4,7 per cento per quella del gas.
Non so quanti siano contenti di questo fatto. Non certamente i consumatori, ma nemmeno i commercianti, a giudicare dal commento dell’Ufficio studi della Confcommercio sugli aumenti di dicembre: lo scenario complessivo è non privo di rischi, perché il ritorno dell’inflazione nel 2017, in assenza di un significativo incremento dell’occupazione e dei redditi nominali, potrebbe costituire un fattore di freno al potere d’acquisto delle famiglie, con riflessi negativi in termini di consumi e di crescita economica.
Anche per Federdistribuzione è importante che alla crescita dei prezzi nel 2017 non corrisponda un’ulteriore frenata dei consumi che devono essere sostenuti attraverso politiche mirate, ad esempio eliminando vincoli che ancora persistono nel settore del commercio, come i divieti di vendite promozionali nei periodi antecedenti e successivi ai saldi e i vincoli introdotti a livello locale in relazione agli orari dei negozi e allo sviluppo del commercio moderno. Posizioni entrambe condivisibili. Non è di poco conto che consumatori e commercianti concordino in tema di politica economica. Speriamo che concordi anche il Governo e che si muova nella giusta direzione.   

Tags: Febbraio 2017

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