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Trump, Usa, Italia: assonanze e differenze. C’e' un futuro per la sinistra riformatrice?

GIORGIO BENVENUTO  presidente della fondazione  Bruno Buozzi

Sono stato di recente negli Stati Uniti ove ho incontrato esponenti del Partito Democratico, studiosi, dirigenti di realtà sociali. Dopo la vittoria inaspettata di Donald Trump la società americana non si è fermata a compiangersi, a battersi il petto per la sconfitta subita. La contestazione alla politica di Trump è decisa, ma non si indirizza allo scontro frontale, alla ricerca di sbarazzarsi di lui attraverso scorciatoie come un «impeachment». No, prima le forze progressiste americane hanno scelto di voler approfondire i motivi della sconfitta alle elezioni presidenziali. Il perché del voto che ha premiato Trump, il perché del rifiuto di tanta gente e tanti lavoratori nei confronti della proposta dello schieramento che si rifaceva alla Clinton. Ho colto una grande voglia di capire, di approfondire, per poi cambiare.
Trump è visto in modo assai meno contorto che da noi, ad esempio quando emerse Berlusconi. Nell’elezione di Donald Trump gli ambienti della sinistra americana hanno visto uno spirito di cambiamento che non va sottovalutato. Naturalmente questo sforzo di lettura della realtà viene compiuto sapendo che si è ancora in gara visto che in termini di voti i democratici ne hanno ottenuti più dei repubblicani. Certo, il sistema elettorale americano è quello che è, ma questa osservazione non è diventata un alibi, un freno ad indagare sui motivi per i quali si è perso.
Ed ho notato un’altra differenza con la situazione italiana. Là si conserva la volontà di preservare una identità ed una cultura politica precise che sono alla base della ricerca sul significato del voto. Da noi la contrapposizione con il berlusconismo c’è stata, ma nei fatti poi il centrosinistra è apparso subalterno alla proposta culturale e su diversi temi anche alla politica che proveniva da esso. Si pensi alle scelte sulla finanza e sulle banche, agli interventi sul welfare, all’inseguimento di mode liberiste.
Ha influito molto l’ansia di legittimarsi ad ogni costo. In secondo luogo, si è compiuto un errore che in realtà è tipico di diverse altre espressioni riformiste in Europa e altrove. Non si è saputo leggere la realtà per quella che è e per le sfide che propone. Molti operai hanno votato Trump. Nell’Ohio era dal 1980 che i democratici non perdevano e Obama era intervenuto con energia e risorse per salvare e rilanciare l’industria automobilistica. Eppure il messaggio di Trump ha prevalso. E questo è avvenuto, ora se ne stanno rendendo conto, perché a sinistra si aveva degli operai una visione pietrificata nel tempo, senza tener conto dei grandi mutamenti intervenuti nel lavoro e che proseguono con grande velocità e profondità. L’operaio degli anni ‘80 non c’è più. Invece ci sono lavoratori che entrati a far parte della classe media gradualmente si sono impoveriti mentre l’arricchimento si concentrava in poche mani. Pochissime per i dati emersi da Davos. Negli Stati Uniti dice una ricerca presentata in quel Forum, dal 1975 al 2007 il 10 per cento della popolazione si è impadronito dell’80 per cento dei proventi della crescita.
Non ci si è affidati al fatalismo. È in corso una analisi approfondita della classe media, dei suoi problemi e delle sue difficoltà a tenere il passo dell’innovazione che sta sconvolgendo non solo i lavori ma anche la qualità della vita. Anche al fine di affrontare un tema strettamente legato a queste considerazioni: quelle delle diseguaglianze e dei populismi che esse generano. Inoltre sta avanzando l’idea di dover rileggere le modalità di redistribuzione della ricchezza. Una delle domande presenti fra i lavoratori è stata quella di aumentare il potere di acquisto in un Paese nel quale il Pil è cresciuto costantemente, la ricchezza prodotta non è stata certo marginale ma proprio per questo i lavoratori ne reclamano una parte che è frutto anche del loro impegno in azienda.
Ecco perché si pensa ad aumenti salariali non a prescindere ma collegati alla creazione di ricchezza. Il sindacato - è vero - ha perso colpi negli Stati Uniti. Le iscrizioni sono ormai sotto il 15 per cento. Le difficoltà ci sono e sono grandi. Teniamo conto che là, come del resto in Europa, si sta facendo strada nelle aziende un modello di rapporti che privilegia l’individualismo e mette in rapporto diretto l’impresa con il lavoratore. Questo avviene anche perché sono moltissime le piccole e medie imprese oggi in grado di stare sui mercati internazionali come quelle più grandi, tecnologicamente avanzate e con una moderna cultura industriale. Recuperare un ruolo di partecipazione in questo contesto non è facile.
Ma c’è un altro terreno sul quale la ricerca politica ed economica negli Usa procede: quella di informatizzare in modo sempre più completo la Pubblica Amministrazione, in modo tale da farla funzionare, mi si perdoni l’irriverente paragone, come un ciclo continuo dell’industria, della siderurgia dei tempi andati. Quindi niente più sabato e domeniche «muti», orari spezzati, ma un servizio alla popolazione che, sfruttando le reti in modo semplice, viene svolto ininterrottamente. Anche in questo caso siamo di fronte a cambiamenti epocali che però vanno affrontati e governati.
Si stanno studiando anche forme di riduzione dell’orario. Su questo punto dobbiamo fare una osservazione preliminare. Quale è il problema più grave che abbiamo di fronte? Io dico che è quello di trovare soluzioni ad un mondo del lavoro nel quale l’innovazione, la robotica, la digitalizzazione spinta, cancella e cancellerà migliaia di posti di lavoro e quindi bisognerà crearne di altrettanti se non di più. Questa è la vera priorità sulla quale cimentarsi. Anche nel passato tanti lavori morivano ma altri, nuovi, li sostituivano. Era il progresso.
Del resto se ci pensiamo bene in quegli anni le riduzioni di orario ci sono state in contemporanea ad aumenti salariali. Entrambe le cose si tenevano perché era il sistema produttivo ed economico che poteva sostenerle entrambe, oltre al fatto che c’era una grande pressione sindacale. Oggi lo scenario è diverso. Semmai si dovrebbe evitare che l’innovazione tecnologica si compia in una stagione di bassi salari. Si pensi al lunghissimo periodo, inaugurato negli anni ‘90 nel nostro Paese dove ce n’era bisogno, della moderazione contrattuale e salariale. Poi si è dilatata oltre misura. È diventata una patologia contrattuale. Ed è apparso chiaro che si doveva dire no alla salvaguardia dei soli profitti.
Ovvio che per il movimento sindacale questo è un compito molto difficile. Implica soprattutto una cultura di partecipazione, proprio anche per impedire che i lavoratori bypassino il ruolo sindacale. Ruolo che è importante, attenzione, perché vuole anche dire solidarietà, diritti, riduzione delle diseguaglianze, attenzione alle esigenze del lavoratore in quanto cittadino. Ecco, su questi temi c’è un ritardo da colmare. Io credo che dialogando di più con esperienze diverse, anche quelle statunitensi, che si pongono questi problemi si potrebbero fare progressi significativi.
Penso anche, e mi riferisco soprattutto all’Europa e all’Italia, che ci deve essere un ruolo significativo del settore pubblico. Sul piano degli investimenti, ma più ancora su quello progettuale e di spinta verso nuove soluzioni. Da noi si è demonizzato per troppo tempo il ruolo dello Stato in economia. Anche la sinistra ha balbettato, si è fatta travolgere dall’ondata liberista senza opporre molte resistenze. Invece non si esce dalla bassa crescita se non si mette in campo anche l’azione dello Stato. Vorrei porre una domanda molto semplice. Ma è possibile che lo Stato si impegni per fronteggiare i guai delle banche ed invece sul lavoro faccia un passo indietro? No, non lo credo possibile. Servono politiche del lavoro, serve la spinta pubblica soprattutto in un Paese spaccato economicamente e socialmente a metà.
Quello che è successo in America permette di riflettere molto sulla condizione della sinistra riformista in Italia. Innanzi tutto mi riallaccio ad un atteggiamento che abbiamo perso e che invece ha informato il cammino delle sinistre riformiste dal secondo dopoguerra in poi. Mi riferisco all’internazionalismo. Che non era solo marcare da quale parte si era, ma anche un modo per scambiarsi esperienze, per riflettere insieme come intervenire sul cambiamento per condizionare, correggere il capitalismo. Per inserire soluzioni di maggiore giustizia economica e sociale. In Europa come negli Usa con Sanders, si è tentato e si sta tentando di ritrovare la direzione di proposte riformiste. In Germania, in Francia, in Gran Bretagna, in Spagna. Quello che mi stupisce è che in Italia questo non avviene in una politica litigiosa e personalistica, ma anche priva apparentemente di interesse di quello che si dibatte nelle altre forze politiche progressiste al di fuori dei nostri confini. Si sta compiendo un grande errore.
Il riformismo è diventato sinonimo di revisionismo (peraltro termine caro alla tradizione comunista). È come se si fosse scatenata una febbre a delegittimare tutto: il welfare, i diritti del lavoro, l’equità. Certo attraversiamo una fase molto difficile. Nei secoli scorsi l’innovazione ed il progresso hanno contribuito a creare grandi partiti e sindacati. Hanno fatto crescere la partecipazione, la nascita di grandi soggetti collettivi. Invece questa fase di grandi trasformazione, di caduta delle ideologie e delle frontiere economiche, di predominio della finanza sta insidiando i corpi intermedi e sta demolendo i partiti. Da noi come in Europa, si badi bene, sia pure con intensità e modalità diverse. È un momento di grande complessità. Di fronte alla insufficienza della proposta politica e sociale di conseguenza si rafforza la tendenza all’individualismo. A scapito degli ideali della solidarietà e dell’unità che hanno invece caratterizzato la fase precedente con ingiuste e ingiustificate conseguenze sulla dinamica politica e sociale.
Si è determinato il successo dell’antipartitismo, dell’antiparlamentarismo, di un populismo superficiale e corrosivo. Trionfa un sentimento di sfiducia contro tutto e tutti. Si fa ricorso alla denigrazione. Ma in particolar modo si fa largo il germe della divisione. Altro che «unità studenti-operai» di un tempo, o «nord e sud uniti nella lotta». Oggi l’unica forma di unità visibile è quella che si coglie nell’intento di distruggere. Non di costruire, non di rappresentare esigenze e attese, non di far valere il significato positivo della coesione.
Questo intrecciarsi di fenomeni negativi va ad impattare inoltre con un altro fenomeno ben visibile: quello del liderismo. Esplode una protesta ci si affida ad un leader cui si dà carta bianca, una delega che non tiene conto né di un percorso di partecipazione, né di un esame della proposta politica. Ed i leader non di rado nei loro primi atti cosa fanno se non delegittimare a loro volta le forze politiche di cui sono espressione? Di esempi ne potremmo fare parecchi. Pensiamo a Trump nei confronti del partito repubblicano. O a quel che avviene in Spagna e da noi. Meteore ma che dietro però non hanno più elaborazione, vita politica organizzata, formazione.
Si può parlare di una deriva plebiscitaria. Instabile. Legata al momento non in grado di consolidarsi in un progetto, in una strategia. Perché punta sugli umori ed in questo senso anche la stampa, senza generalizzare, non è immune da questa tentazione di seguire proprio gli umori. Ma dove può condurre una deriva di questo genere. Certamente non verso una migliore democrazia e la buona politica. Forse ci può avvicinare invece verso prospettive inquietanti come quelle dell’autoritarismo.
Tutto questo non è avvenuto per caso. C’è una terribile carenza progettuale. La sinistra non è più capace anche per questo di comunicare con il suo popolo che le sfugge inevitabilmente. Non c’è un rinnovamento reale della visione del mondo che si ha davanti. Semmai per evitare di apparire «vecchi e superati» si indulge a parlare male di quelli che si dovrebbero rappresentare: gli anziani, i lavoratori pubblici, i giovani. Ma tutto questo dove porta? A considerare le ragioni del mercato ad esempio superiori a quelle della persona. E non è accettabile.
Non si può rinunciare a valori che hanno sempre visto la dignità del lavoratore, del cittadino non esigibile. Per non parlare che in questo schema di approccio subalterno al mercato le riforme sono diventate delle controriforme. E si è lasciato spazio all’opportunismo. In questo senso stiamo vivendo una fase davvero pericolosa, sia in termini più generali, sul piano della democrazia, sia in termini di promozione sociale. Invece la Chiesa nel suo percorso pastorale, si pensi alle encicliche da Papa Giovanni fino a Papa Francesco, ha mantenuto una capacità di critica, di condizionamento del capitalismo, di presa di distanze chiara dalle ingiustizie. Questo spirito sul piano laico e riformista andrebbe recuperato. Altrimenti rischiamo che la rottura della solidarietà, l’individualismo, la contrapposizione porta ad esasperare la situazione. Ho parlato prima del pericolo di autoritarismo, ma c’è anche quello del nazionalismo, del riemergere dei venti di guerra. Non va mai data l’impressione che la democrazia sia inutile. Questo potrebbe essere un errore fatale.
In conclusione penso sia essenziale discutere, approfondire, guardare alla realtà senza paraocchi, senza accontentarsi di sopravvivere nel presente. Dovremmo imitare quanti nel mondo cercano di alimentare nuovi fermenti, di studiare questa realtà tanto complessa. E ridare un significato a parole che fanno parte della nostra cultura: coesione, solidarietà, partecipazione, giustizia. Ma fare di quelle parole, una via da tracciare. Per ritrovare sintonie con i giovani, i lavoratori, gli anziani. E per avere un ruolo da giocare evitando di finire a fare solo gli spettatori di un mondo che cambia.                                   

Tags: Marzo 2017

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