Il nostro sito usa i cookie per poterti offrire una migliore esperienza di navigazione. I cookie che usiamo ci permettono di conteggiare le visite in modo anonimo e non ci permettono in alcun modo di identificarti direttamente. Clicca su OK per chiudere questa informativa, oppure approfondisci cliccando su "Cookie policy completa".

Medicina umana, un nuovo patto di Ippocrate

ADELFIO ELFIO CARDINALE vicepresidente del  Consiglio Superiore di Sanità e presidente della Sism,  società italiana di storia  della medicina

Oggi la medicina è caratterizzata da uno sbilanciamento della componente tecnologica rispetto alla componente antropologica dell’«arte lunga», ricordando la bella definizione della medicina da parte di Ippocrate. Una medicina senz’anima. E il cuore serve. Il distacco tra tecnologia e umanesimo rischia di riprodurre un’umanità che, invece di governare le macchine, è dominata da queste. Generazioni di gente abilissima nel compiere ogni virtuosismo tecnico e ignara dell’uomo, di tutto ciò che è spirituale e dell’universo sociale. Una sanità frazionata e tecnocratica. La ricerca scientifica biomedica ha raggiunto straordinari traguardi di sviluppo tecnico, chimico-fisico, elettronico, nano-sperimentale: l’epoca del post-umano, con una vera e propria medicalizzazione dell’esistenza, il corpo considerato, in maniera riduzionistica, un assemblaggio di meccanismi che si possono riparare, ove il complesso spirituale dell’uomo viene spesso considerato menzogna o eccedenza.
«Pensare da medico» significa individualizzare ogni singolo caso: non esiste la malattia ma il malato, di cui bisogna conoscere, oltre i sintomi, la storia, l’ambiente di vita e di lavoro, e di cui bisogna penetrare la sofferenza emotiva, oltre che fisica. Occorre ricomporre i saperi e ricondurre il malato da numero a individuo, con una maggiore percezione dei bisogni dei pazienti. Riposizionare la persona al centro della relazione di cura, con un recupero autentico delle lontanissime radici umanistiche della medicina fondate su rispetto, ascolto, spirito critico, speranza, solidarietà. Bisogna ritornare al significato vero di parole antiche. Il termine «therapeia», cioè cura, deve riacquistare il significato originale di servizio che vuol dire compiutamente sollecitudine, premura, interesse per qualcuno.
Il rapporto medico-paziente da tempo immemorabile è saldato da un legame prevalentemente umano, che non presenta solo fondamenta scientifiche, ma è basato sulla «religio medici», la religione medica del dovere, inerente sia alla sacralità dell’uomo che all’etica caritativa verso il soggetto debole. Tale rapporto complesso verso l’essere vivente nella sua totalità - con funzioni pedagogiche e di tutela - si sintetizza nella «pietas», vale a dire attenzione alle sofferenze del paziente, con una comprensione partecipe dei suoi patimenti, anche attraverso la pratica. Il sanitario deve essere uomo capace di «àgape», ossia amore che raggiunge l’altro; prendersi cura dell’altro che viene per lenire il proprio dolore; vicinanza partecipe; amore che avvolge, con un nuovo senso di sé nel mondo e nella storia; sguardo comprensivo che veicola una relazione.
Non c’è più tempo e patrimonio mentale per un’arte medica in cui esperienza, colloquio e rapporto diretto siano fondamentali per una riappropriazione da protagonista della professione medica. Una medicina arida e distante, rinchiusa in una presupponente torre dottrinale, sorda ai valori umani, perciò condannata a non sapere nulla del mondo e della vita. Il malato, trattato come un numero o una cosa - a causa dell’eccesso di specializzazione, spersonalizzazione, burocrazia - diviene sempre più ostile e cova un rancore vendicativo verso quella che considera una lobby ingorda.
La deriva tecnologica della medicina ha portato alla rottura dell’alleanza plurimillenaria tra medico e malato. Questo astio crescente ha condotto pazienti e familiari, spesso non soddisfatti delle prestazioni sanitarie, a tentare rivalse giudiziarie, pretendendo oltre l’obbligazione di mezzi, anche quella di risultato, accusando e censurando il medico per presunta «malasanità». Il medico, in maniera crescente, tenta di creare un usbergo, mettendo in atto la cosiddetta «medicina difensiva». Si richiedono analisi, esami strumentali inappropriati e spesso inutili, ripetitivi, ricoveri prolungati con conseguente liste di attesa vergognose. A futura difesa in sede giudiziaria. Gli istituti di statistica valutano in una somma tra 10 e 13 miliardi di euro l’anno il costo della medicina difensiva, pertanto il problema non è più solamente etico-culturale ma anche economico-finanziario per il Paese tutto, per i costi crescenti nella sanità pubblica, con spese in costante aumento che, alla fine, pagano tutti i cittadini. Bisogna provvedere. È necessario ripristinare l’antica solidarietà tra paziente e dottore con un nuovo «Patto di Ippocrate».
Dialogo, comunicazione, informazione, ascolto, medicina narrativa, consenso informato che deve divenire consenso condiviso: sono questi alcuni dei cardini della buona medicina. Rispetto del paziente, tema culturale che sta a monte di ogni prassi, sul quale bisogna intervenire soprattutto nei giovani, argomento fondante, con responsabilità diffuse dei formatori, delle associazioni di categoria, dei professionisti. È necessario un ritorno all’empatia, all’ascolto, al «medicus amicus» di Seneca. La medicina, infatti, è una scienza del tutto particolare: una singolarità. È l’unica scienza che ha per oggetto un soggetto, cioè l’uomo - una totalità unificata - nella sua interezza religiosa, ideale, culturale, filosofica, familiare, economico-sociale.
La medicina contemporanea, quasi sempre, è intesa e praticata come professione veloce e intensa: ritmi frenetici, con impiego di tecnologie in serie, come una catena di montaggio; ordini secchi e concitati di medici e personale sanitario; barelle che passano veloci; ambulanze a sirena spiegata; una frenetica serie di azioni, operando, intubando, somministrando. Ma senza attenzione per il soggetto infermo. Deve realizzarsi una valida medicina - equa, solidale, sussidiaria - in una stretta interrelazione con lo stato sociale e il bene comune: una costruzione su cui si incardina, come già detto, il diritto all’eguaglianza sociale, all’omogeneità territoriale, al paritario accesso ai servizi. Una piena applicazione della Costituzione, la nostra «Bibbia civile».
Occorre un reagente morale, un lavoro pedagogico tenace. Il mestiere del medico - faticoso, difficile, angosciante - deve tornare ad essere arte della cura, sempre condotta tra scienza e valori umani. Bisogna che non si disperda il patrimonio di saperi e professionalità che i medici hanno accumulato, per non logorare la trama e l’ordito della simbiosi ancestrale tra medico e malato. Il simbolo dell’arte medica è il bastone di Esculapio con attorcigliato il serpente, che rappresenta conoscenza e saggezza. Il significato è che per applicare la conoscenza c’è bisogno di saggezza. Chi edifica questa medicina sapienzale cura il male e sconfigge l’inverno dello spirito.    

Tags: Marzo 2017

© 2017 Ciuffa Editore - Via Rasella 139, 00187 - Roma. Direttore responsabile: Romina Ciuffa