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BOLLETTE OGNI 28 GIORNI: UNA VICENDA DA PAESE DELLE BANANE

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Che si possa proseguire imperterriti a violare il provvedimento di una Authority, come se niente fosse, come se fossimo nel Paese delle banane, non è il caso. Se ogni compagnia si inventa una diversa periodicità delle bollette, ogni 28 giorni, il consumatore perde il riferimento temporale rispetto a quando deve pagare ed anche diminuisce la confrontabilità delle offerte. Libertà di impresa, poi, non  significa poter fare contratti a proprio piacimento, senza alcuna regola, specie considerato che si tratta di contratti per adesione, con evidenti disparità tra utente e gestore, che fissa unilateralmente le clausole contrattuali

Una vicenda tutta italiana. Solo nel nostro Paese, infatti, qualcuno avrebbe potuto fare la bella pensata di aumentare il costo del servizio offerto senza nemmeno comunicare il rincaro al cliente, ma attraverso il trucchetto contabile di modificare la cadenza della fatturazione. È quello che è accaduto con i principali operatori telefonici e della pay tv che hanno cambiato la periodicità delle bollette dal mese a 28 giorni.
Un giochino che, portando da 12 a 13 le mensilità, grazie alla magica riscrittura del calendario, consente un rincaro implicito delle tariffe dell’8,63 per cento. Un aumento mascherato, di certo non trasparente. Tanto che l’Authority delle comunicazioni (Agcom) il 24 marzo 2017 è intervenuta con una delibera, stabilendo che per la telefonia fissa il criterio della fatturazione deve essere il mese, mentre per la telefonia mobile, dove il 76 per cento del traffico è prepagato ed è meno stringente l’esigenza di associare il pagamento allo stipendio mensile, non può essere inferiore a 28 giorni. Dubbi sorgono su come mai questa genialata, non certo scontata, sia venuta in mente a così tanti operatori.
Tutti copioni? Un cartello? Nella migliore delle ipotesi rappresenta l’effetto di mercati poco concorrenziali, altamente concentrati, dove, come sostenuto dall’Agcom nella relazione annuale, «i primi tre operatori sono controparte contrattuale per oltre l’80 per cento della domanda di servizi fissi e mobili» e vi sono «problematiche in termini di non esaustività e scorrettezza delle informazioni, mancanza di trasparenza e asimmetria tra contraenti».
Asstel, che rappresenta le compagnie telefoniche, è subito intervenuta, dichiarando che la delibera era del tutto priva di basi giuridiche di riferimento, non avendo l’Agcom, a loro dire, il potere di disciplinare il contenuto dei rapporti contrattuali fra aziende e clienti, quale ad esempio la durata di rinnovo e dei cicli di fatturazione, ma potendo solo intervenire in materia di trasparenza informativa, annunciando di voler tutelare i diritti dei loro associati nelle sedi più opportune, ripristinando il diritto al libero esercizio dell’attività di impresa.
Una tesi bizzarra, considerato che l’intervento dell’Agcom, del tutto legittimo, mira proprio ad una maggiore trasparenza, dato che, fatturando ogni 28 giorni, il consumatore finisce per perdere ogni riferimento temporale rispetto a quando deve pagare e diminuisce la confrontabilità delle offerte, se ogni compagnia si inventa una diversa periodicità delle bollette. Libertà di impresa, poi, non significa poter fare contratti a proprio piacimento, senza alcuna regola, specie considerato che si tratta di contratti per adesione, con evidenti disparità tra utente e gestore, che fissa unilateralmente le clausole contrattuali.
Inutile dire che le società telefoniche hanno, legittimamente, impugnato la delibera al Tar del Lazio che, però, a differenza di quanto sostenuto dalla ministra Finocchiaro il 13 settembre in Parlamento, non ha mai concesso la sospensiva del provvedimento che è, quindi, pienamente in vigore e si è limitato a fissare udienza per il 7 febbraio. Tutto, quindi, secondo la prassi? Macché. Gli operatori, infatti, stanno disattendendo la delibera dell’Agcom di marzo, nonostante avessero 90 giorni per adeguarsi alle nuove regole, abbondantemente scaduti.
Che in Italia chi se lo può permettere e ha i mezzi finanziari per farlo si arrampichi spesso sui muri pur di fare i propri comodi, interpretando le leggi a proprio uso e consumo, alla ricerca di cavilli e pretesti, è cosa risaputa. Ma che si possa proseguire imperterriti a violare un provvedimento di un’Authority, come se niente fosse, come se fossimo nel Paese delle banane, francamente meno. Un fatto grave. In nessun altro Paese europeo sarebbe accaduto.
L’Agcom ha prontamente avviato procedimenti sanzionatori nei confronti delle compagnie colpevoli di non aver ottemperato alla delibera, mentre l’Unione Nazionale Consumatori, in prima fila in questa battaglia, ha subito presentato un esposto anche all’Antitrust contro il reiterato comportamento degli operatori, nella speranza di ulteriori sanzioni.
Nel frattempo, abbiamo lanciato la campagna #Nofattura28giorni per sensibilizzare il Governo sul sito www.consumatori.it.
Anche grazie al nostro interessamento, come annunciato dal ministro Anna Finocchiaro, si sta valutando un apposito intervento normativo e molti partiti (di maggioranza e di opposizione) sono intervenuti a sostegno dei consumatori, condannando il sopruso e presentando anche proposte di legge. Già servirà una legge, se è vero che è ormai assodato che le sanzioni delle Autorità non fanno paura perché saranno comunque inferiori all’illecito guadagno ottenuto (in questo caso, pari all’8,63 per cento dell’importo delle bollette), soldi che non torneranno indietro, visto che la normativa sulla class action in Italia non ha ancora portato ad alcun risarcimento significativo per gli utenti finali.
Per questo un intervento normativo non può limitarsi a fissare la cadenza mensile della fatturazione ma deve anche cambiare la legge sulla class action e rafforzare i poteri delle Authority. Solo cosi l’Italia diventerà un Paese normale.   
   

Tags: Dicembre 2017

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