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SACCHETTI A PAGAMENTO: GIUSTO INDIGNARSI

di Massimiliano Dona, presidente Unione Nazionale Consumatori

 

Accade di rado. Di solito, infatti, l'Italia è condannata dalla Corte di giustizia dell’Unione europea per i suoi numerosi inadempimenti. Ma qualche volta decidiamo di fare i primi della classe, peccato però che lo si faccia a sproposito. E' il caso dei sacchetti biodegradabili che dal 1° gennaio hanno obbligatoriamente sostituito le vecchie buste utilizzate per i prodotti freschi. La legge italiana prevede che siano a pagamento e questo ha scatenato l’indignazione dei consumatori.

A fronte di una giusta richiesta dell’Europa, che ha approvato una Direttiva per ridurre l’utilizzo della plastica, l’applicazione italiana della norma è un vero pasticcio! Tra le varie soluzioni proposte dalla Direttiva, infatti, si è scelta la via più breve, decidendo di imporre il costo dei nuovi sacchetti sulle spalle dei consumatori. Una fake news, quindi, che l’obbligo di distribuirli a pagamento fosse imposto da Bruxelles che, invece, quanto al costo, lasciava l’onere a carico dell'acquirente solo come una delle tante possibili strategie.

Siamo tutti d’accordo che la sostenibilità ambientale sia una priorità, al di là del fatto che la tutela dell'ambiente va sempre contemperata con altri diritti costituzionalmente garantiti (altrimenti dovremmo vietare la vendita e la circolazione delle auto per ridurre le polveri sottili) ma sfugge la logica tutta nostrana di vietare, per non meglio chiarite ragioni igieniche, le buste riutilizzabili, l'unico provvedimento che porterebbe reali benefici nel ridurre la produzione di plastica, visto che i sacchetti, anche se a pagamento, continueranno ad essere usati, non essendo consentite alternative per evitarlo.

Non ci risulta che in Germania o Svizzera, dove sono diffuse le vecchie “retine” lavabili in lavatrice, ci siano mai state epidemie causate dalle borse riciclate. E' vero che, in teoria, i microrganismi come i batteri potrebbero essere trasferiti sui sacchetti e che, di conseguenza, potrebbe esserci una contaminazione crociata. Ma il pericolo per la salute è praticamente inesistente.

Un capolavoro, poi, la circolare pubblicata sul sito del Ministero dell'Ambiente che avrebbe dovuto fare chiarezza, rimediando al pastrocchio. Una nota esplicativa, che non esplica e non chiarisce un bel nulla e che, scaricando sul Ministero della Salute la patata bollente, sostiene che il "Dicastero, allo stato, è orientato a consentire l’utilizzo di sacchetti di plastica monouso, già in possesso della clientela" purché non utilizzati in precedenza, ossia nuovi. Orientato?! Si può fare o non si può fare? Come fa il consumatore, poi, a sapere se il sacchetto è quello previsto dalla legge, misura lo spessore in micron del sacchetto? Assente qualunque coordinamento tra Ministero dell'Ambiente e della Salute.

D’altra parte c’è chi ritiene che tutta questa polemica sia inutile: in fin dei conti, si discute di aumenti che peseranno, sulla spesa di un anno, per non più venti euro a famiglia! Su questo non sono d’accordo perché, invero, ritengo che ci sia da rallegrarsi del fatto che le persone non siano più disposte a farsi prendere in giro. Anche se il prezzo di un sacchetto varia da 1 a 10 centesimi, perché pagare un ennesimo nuovo balzello?

Qualcuno sostiene che prima le buste le facevamo pagare ugualmente, includendo questo costo nel prezzo di frutta e verdura e che, anzi, è un'operazione di trasparenza. Eppure, ora che i sacchetti li pagano i clienti, non ci risulta che la frutta, la verdura o i farmaci siano diminuiti di prezzo. E poi, anche immaginando una precedente traslazione in avanti del costo, il punto è che ora molti li fanno pagare includendo un margine di profitto.

Per altri, tutta questa polemica su pochi centesimi rischia di farci perdere di vista aumenti ben più sostanziosi. Ma il solito giochino del “benaltrismo” è da rifiutare, specie se usato contro le associazioni dei consumatori che denunciano ogni rialzo ingiustificato.

Al di là del fatto che ci devono ancora spiegare perché ci si è discostati da quanto previsto dalla Direttiva europea, perché giudicare fuori luogo l’indignazione del consumatore? Qualcuno pretende che per pochi centesimi non si abbia il diritto di arrabbiarsi, specie se per una questione di principio? Forse questi centesimi sono quelli che hanno fatto traboccare il vaso, ma il problema sarebbe semmai quello di continuare ad accettare supinamente che ogni giorno qualcuno voglia prendersi gioco di tutti noi consumatori.

Come dimenticare, poi, che questa bizzarra legge spunta in agosto, è inserita nel Decreto per il Mezzogiorno (che c’entra?), stabilisce sanzioni draconiane per il supermercato che non distribuisce i nuovi sacchetti a pagamento, ma poi manca di prevedere un prezzo massimo di vendita, lasciando aperta la porta alle solite speculazioni: quanto costeranno queste bustine a fine anno?

Nell'attesa che si consenta anche l'uso di multi-bag lavabili, ci rivolgiamo alla Grande distribuzione, ai farmacisti e ai commercianti in genere. Troppo facile dire che l’obbligo di tassare i clienti deriva dalla legge! Dato che una nota del Ministero dello Sviluppo Economico autorizza a vendere sottocosto i sacchetti, distribuiteli al costo politico di 1 centesimo, così da dimostravi amici ed alleati dei consumatori.

 

 

Tags: Massimiliano Dona gennaio 2018 UNC Unione nazionale consumatori

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