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ROMA, LE STRAGI DIMENTICATE DELLE BOMBE USA

di Romano Bartoloni

Nessun autorevole postero europeo si pente o si batte il petto contrito per i decenni di memoria corta e sterilizzata sulle stragi e le violenze della seconda guerra mondiale fintantoché la cronaca e la storia di quei tempi non sono diventate passato lontano.

Il 9 novembre scorso la Merkel ha potuto finalmente denunciare ad alta voce i crimini della cosiddetta notte dei cristalli quando l’odio nazista contro gli ebrei cominciò a sfogarsi con stragi, deportazioni e saccheggi in casa propria a Berlino. Alle orecchie dei connazionali le parole della premier saranno risuonate come se le atrocità fossero state commesse dalle tribù germaniche dei vandali ai tempi degli antichi romani. Da noi arrivano dopo 80 anni le scuse per le leggi razziali dei fascisti emanate per discriminare gli italiani ebrei e cacciarli dalle scuole, dalle università e dal pubblico impiego. Dopo il lungo blackout ora si vorrebbero addirittura cancellare dai libri e persino dalla toponomastica i nomi di quegli intellettuali che sottoscrissero il manifesto della razza.

Di recente e dopo 74 anni, a Roma è stata conferita dal Capo dello Stato la medaglia d'oro al valor militare per i giorni bui 1943/44 dell’occupazione tedesca. Ma è restata quasi tombale la pietra sulle stragi compiute nello stesso periodo nella capitale italiana dai bombardamenti americani. Un silenzio mal giustificato dai rapporti con gli USA del piano Marshall per gli affamati italiani, dell’ombrello atomico contro l’Urss e del patto atlantico. In 9 mesi Roma subì oltre 50 incursioni aeree con ottomila vittime (60mila in tutta Italia). Il primo e più violento attacco, che sorprese Roma dichiaratasi città aperta, avvenne il 19 luglio 1943 con l’assalto di 662 bombardieri statunitensi che sganciarono 4mila bombe in due ore. Altissimo il prezzo pagato dalla popolazione: 3mila morti e 11mila feriti, di cui duemila morti e quattromila feriti nel solo quartiere di San Lorenzo. “Cadevano le bombe come neve il diciannove luglio a San Lorenzo…” è la struggente canzone del 2008 di Francesco De Gregori. Il quartiere ha potuto onorare i suoi morti solo 60 anni più tardi con un aborto di memoria. Nel 2003, nei giardini agli inizi di via Tiburtina, venne inaugurato un monumento realizzato dal famoso architetto Luca Zevi. Una lastra di cristallo lunga 70 metri parallela ai prati e attraversata da un fascio di luce che esce dal suolo e che, la notte, illumina uno per uno i nomi di 1674 uccisi (altri non è stato possibile censire dopo tanti anni), che meriterebbero di essere perennemente illuminati dalla luce dei ricordi. E invece nessuna intitolazione ufficiale posta nel parco, che dovrebbe chiamarsi Parco dei Caduti del 19 luglio 1943. Nessuna targa commemorativa che rievochi e ricostruisca una delle più drammatiche pagine di storia della città. Più volte è caduto l’oblio su quel monumento per trascuratezza e cattiva manutenzione. Peraltro, già nel 2003, San Lorenzo era radicalmente cambiato con le trasformazioni edilizie e residenziali e i parenti delle vittime emigrati altrove per il lungo periodo di abbandono dopo le distruzioni. Senza alcuna illustrazione e con nomi sconosciuti ai più incisi e quasi illeggibili, il monumento non emoziona le giovani famiglie di frequentatori e fa un cattivo servizio alla memoria.

Nel 2005, ben 55 anni dopo l’olocausto degli ebrei e la fine della seconda guerra mondiale, l’Onu ha istituito, per il 27 gennaio di ogni anno, anniversario della liberazione del lager di Auschwitz, la giornata della memoria. Viltà e ipocrisia hanno accecato volutamente l’umanità e nascosti per decenni i sopravvissuti nelle retrovie della società e della storia. Il bavaglio sulla Shoah venne imposto agli inizi dalla voglia di dimenticare il lato oscuro di quegli anni, dall’accorato desiderio di ricominciare a vivere gettandosi alle spalle gli orrori e le esperienze traumatiche della guerra. E si girò la testa dall’altra parte per non urtare la suscettibilità della Germania di Bonn, per decenni bastione dell’Occidente contro l’impero sovietico e il comunismo. In altre epoche la rimozione dei fatti accaduti si sarebbe chiamata damnatio memoriae.

Nella prima decade di novembre, l’Italia e l’Europa hanno ricordato il centesimo anniversario della fine della Grande Guerra 1914/18, che papa Benedetto XV bollò come “l’inutile strage” in epoca di esasperati nazionalismi. Da noi si è giocato a rimpiattino con la storia e la memoria di un IV Novembre dedicato dapprima alla Festa della Vittoria, e forse perché giudicata mutilata e causa dell’avvento del fascismo, ribattezzata Festa delle Forze Armate ai giorni della Repubblica con buona pace di 1 milione 240mila morti fra civili e militari.

Tags: Romano Bartoloni cronache romane Roma Novembre 2018

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