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"OLIO 2030": LE CITTÀ DELL'OLIO A SIENA PER IL XXV ANNIVERSARIO

Siena - Dal 29 novembre al I dicembre si è tenuta a Siena l’assemblea delle Città dell’Olio, in occasione dei 25 anni di attività dell’associazione. Grande partecipazione istituzionale e di pubblico e contenuti interessanti ne hanno fatto un appuntamento formativo non di poco conto. “Olio 2030: cultura, identità, territorio, qualità e sviluppo sostenibile” il titolo e gli argomenti anticipati nella conferenza stampa, che ha visto la partecipazione di Teresa Bellanova, ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali.

Alla due giorni ha invece partecipato il sottosegretario di Stato del Mipaaf Giuseppe L’Abbate, che ha osservato: “Il lavoro che svolge Città dell’Olio è importantissimo perché coinvolgendo soggetti pubblici e privati mette insieme una filiera trasversale, fondamentale per sviluppare una cultura dell’olio in Italia che è purtroppo ancora carente. Per riconoscere, infatti, dobbiamo prima far conoscere gli oli ai consumatori, soprattutto se l’intento è far partire la filiera in maniera completa. Altrimenti possiamo produrre l’olio più buono del mondo ma se il compratore non lo conosce allo scaffale poi ordina per prezzo e compra quello meno caro. Quindi importantissimo il lavoro culturale che l'associazione porta avanti. In più, bisogna organizzare una filiera che oggi purtroppo è disorganizzata e infatti si riscontra già a inizio campagna un calo del prezzo, insostenibile per i nostri produttori. Ciò è dovuto a tante ragioni, principalmente a questa disorganizzazione, pertanto bisogna attuare un piano olivicolo serio. La Spagna ne ha fatti cinque in 30 anni e infatti ha decuplicato la produzione rispetto a noi. Quindi un piano che consenta di aumentare produzione e qualità e di fare informazione al consumatore in modo tale da avere una remunerazione per tutta la filiera, fino ad arrivare al produttore che solitamente è l’anello schiacciato. L’ulivo è la pianta più coltivata in Italia, un milione di ettari, ma non si riesce a fare un piano olivicolo. Troppo individualismo". Quindi, come si può fare? "Mi sovviene, nel settore del vino, lo scandalo del metanolo, che li costrinse a cambiar passo. In quello oleario non può avvenire uno scandalo simile, anche per le quantità che le persone assumono, tali da scongiurare il pericolo di un avvelenamento, però oggi una scintilla analoga la abbiamo: la xylella. Secondo me, va colta come un’opportunità di cambiamento dell’olivicoltura italiana. Tra l’altro gli altri Paesi non aspettano. La Spagna si sta preparando a un piano per l’alta qualità, la Tunisia sta crescendo tantissimo in termini qualitativi: non possiamo più cullarci nella convinzione che l’Italia produce qualità e gli altri quantità".

Quali saranno le prossime azioni del Governo? “È il momento di cambiar passo, di segmentare ulteriormente il mercato per introdurre una qualità ancora più elevata con parametri ancora più ristretti. I regolamenti europei ci consentono di farlo in Italia. Avevo già depositato una proposta di legge in merito quando ero in parlamento; inoltre va rivisto il quadro sanzionatorio perché chi commette truffe non deve più arrivare sullo scaffale mentre oggi a causa di norme ingarbugliate resta tuttora in piedi un regio decreto del 1925 che punisce solo con un’ammenda amministrativa chi commette truffe, consentendo di continuare a fare quello che fa. Anche su questo presenterò una proposta di legge di riordino del quadro sanzionatorio per cui chi si macchia di reati interrompa l’attività perché va garantito il consumatore affinché in una bottiglia di olio acquistata trovi quanto scritto in etichetta. Il 4 dicembre quindi è convocato in ministero il tavolo della filiera e saranno esposti i problemi, bene o male già noti; avvieremo il percorso per realizzare il piano olivicolo. Invece a gennaio dopo la chiusura della legge di bilancio partirà la discussione del ddl sui reati dell’agroalimentare e lì inserirò questo articolato specifico per gli oli”.

Politica a parte, l’appuntamento di Siena si è configurato come momento di coesione e concretezza tra le oltre 330 città aderenti all’associazione, distribuite in 18 regioni, poi riunitesi in assemblea: veri e propri stati generali dell’olio con i massimi esperti italiani in materia, chiamati a coordinare sei panel tematici utili a far emergere idee, proposte e strategie concrete per l’agenda da qui al 2030 delle Città dell’Olio.

Antonio Balenzano, direttore dell’associazione, ha così riassunto e commentato l'attività associativa: “In queste giornate è stato svolto un lavoro incredibile di individuazione di quelle che possono essere le linee su alcuni macrotemi tra i quali, importantissimo, il turismo dell’olio: dal nostro punto di vista una delle chiavi di novità perché vorremmo costruire un'offerta aggregata di tutte le Città dell’Olio su detto tema, cercando di coinvolgere tutta la filiera olivicola ovviamente, dal produttore all’azienda, al frantoio, al ristoratore fino agli aspetti di accoglienza per un’integrazione di reddito alla filiera e una maggiore consapevolezza al consumatore su quello che poi consuma. In proposito, altra tematica è l’educazione: strategica, perché da lì passa la cultura del prodotto e quindi il fatto che il consumatore possa scegliere in maniera consapevole. Da ciò quindi deriva anche esser capaci di riconoscere non solo la qualità ma soprattutto comprendere quell’insieme di valori che noi, come Città dell’Olio e territori olivicoli, rappresentiamo in termini di lavoro dell’olivicoltore, in termini di mantenimento del paesaggio nonché di tutti quegli aspetti fondamentali per una produzione di qualità. Ancora, fondamentale è la tutela del paesaggio rurale olivicolo, perché in Italia, in particolare in Toscana, viviamo il dramma dell’abbandono. Purtroppo si aveva olivicoltura spesso in zone anche impervie; si sta assistendo pertanto ad abbandono e successivo rimboschimento. Abbiamo già progetti avviati per recuperare queste aree attraverso una politica di agricoltura sociale: rimetterle in produzione insieme a cooperative di soggetti svantaggiati per rianimare e rivitalizzare piccoli centri e piccoli borghi.

Queste sono le tre macrotematiche sulle quali ci impegneremo maggiormente nei prossimi tre anni, soprattutto quella sul turismo dell’olio, anche perché include anche gli altri aspetti citati: un turismo dell’olio senza un paesaggio tutelato non può esistere come anche senza formazione ed educazione del consumatore quando va in visita; sono quindi tutti aspetti che sottintendono una programmazione e un mantenimento del territorio e sono necessari perché non solo le campagne vengono abbandonate ma anche gli stessi borghi; per rianimarli bisogna creare economia e l’olivicoltura è una parte importante di queste piccole realtà dal punto di vista economico. Per far ciò bisogna quindi dare una speranza, ossia che chi vorrebbe investire in queste attività sappia che potrà trovare reddito, considerato che se non si ottiene reddito non è neanche possibile mantenere quel territorio; per avere reddito bisogna però che il consumatore abbia la percezione del valore. Non è un problema se esiste sul mercato un prodotto da tre oppure da quindici o più euro, bensì far comprendere che quest’ultimo ha un valore non solo qualitativo ma anche di aspetti di mantenimento di questa cultura che tra erosione, abbandono, superintensivo si perderà. A quel punto che faremo?” –si domanda Balenzano.

E continua: “Viviamo un paradosso in Italia: produciamo 320.000 tonnellate in proiezione quest’anno con un consumo interno di circa 500.000 di autoconsumo: siamo deficitari e considerando l’export arriviamo a quasi 900 mila. Le nostre tonnellate quindi sono un valore incredibile perché non c’è prodotto qui, e quel poco che c’è deve pertanto essere valorizzato, non essere considerato come una commodity. Allora per valorizzarlo bisogna fare perno su altri concetti, come sostenibilità economica e biodiversità del nostro patrimonio colturale: quest'ultima poi va evidenziata in un periodo storico in cui si tende a omologare tutto; allora se uniformiamo questa nostra ricchezza diveniamo competitor di un prodotto coltivato in Paesi esteri con due o tre cultivar in superintensivo, con risultati ovvi per noi: perdiamo”. 

Balenzano non ha torto, e se avvenisse in tempi brevi un cambio di paradigma sarebbe anche positivo poiché molte pratiche agricolturali sono ormai superate. La stessa tradizione è un concetto che va spiegato. Specifica: “È spesso frainteso in termini di museo o di racconto senza un’economia dietro”. Quindi, la formazione è strategica: si imparerebbe che l’agricoltore non è una professione idealizzata ma finalizzata al patrimonio e in fin dei conti a star bene tutti.

“Ecco, la formazione è fondamentale e il concetto è proprio questo: star bene noi. Di lavoro quindi ce n’è da fare e non è semplice anche perché si tratta di diversi enti territoriali amministrativi e pertanto hanno ben altre priorità. È quindi chiaro che tutto ciò non può avvenire da soli ma con il governo centrale bisogna entrare in una osmosi. La candidatura della coltura olivicola del Mediterraneo a patrimonio immateriale dell’umanità Unesco è finalizzata proprio a far crescere l’attenzione a livello internazionale su questa tematica dell’agricoltura. Il consumo mondiale di olio è al 4% nelle materie grasse in senso assoluto, potenzialmente quindi ha il 96% di mercato. È un problema culturale e poiché il brand Unesco, se così possiamo dire, ha un appeal riscontrato anche nella questione della dieta mediterranea, credo sia un’opportunità da cogliere. Abbiamo 4000 anni di storia di cultura e civiltà olivicola, perché perderli? In quanti sanno tutto questo? Una coltura di 4000 anni di storia deve essere tutelata perché fa parte di noi, è dentro di noi, e poi è sostenibile dal punto di vista economico e qui ritorna il valore del prodotto che non deve essere depauperato ma consentire la sostenibilità di chi ci lavora”.

Basti pensare ultimamente all’IVA sul gasolio agricolo.

“Il ragionamento va proprio in quella direzione, se vogliamo rilanciare il settore bisogna dare agevolazioni, stimolare i giovani dando anche delle opportunità nel senso appunto di una sostenibilità economica. Cerchiamo in qualche modo di adeguare tutto questo. Pensiamo, ad esempio, a Venafro: comprare terreni situati in un parco olivetato riconosciuto dal Ministero e poi non poter apportare migliorie per il mantenimento e la produttività perché sussistono vincoli di ogni tipo. È un patrimonio incredibile, chi fa un tale investimento è anche perché in qualche modo vuole avere il beneficio in termini di marketing di produrre in un’area meravigliosa come può essere un parco secolare. Ci sono aziende valide che con una produzione da olivi secolari, individuati in un’area ben definita, e con raccolta a mano immediatamente posta sotto azoto riescono a vendere una bottiglia a 170 euro. Questo non significa che devono tutti trovarsi in queste condizioni favorevoli ma semplicemente che agli altri basta molto di meno. Una produzione a 170 euro ovviamente è il sogno ma posso rimanere con i piedi per terra e dare senso a tutto quanto finora detto. Questo esempio per far comprendere che se ho 320.000 tonnellate e una richiesta di 500.000 allora potrei tranquillamente alzare i prezzi”.

Che dire? L’unico caso in cui la legge della domanda e dell’offerta non funziona.

Qualche numero sull’attività dell’Associazione Nazionale Città dell’Olio, estratto dallo studio delle Rete Rurale Nazionale per l’Olio d’Oliva 2018: 825.000 aziende agricole, 1.170 milioni di ettari coltivati, 4.056 frantoi attivi per una produzione stimata di 175.000 tonnellate. Il settore olivicolo ha più che mai bisogno di investimenti adeguati, interventi strutturali ed una strategia a livello nazionale per il recupero del territorio e la gestione degli ettari coltivati. Rappresenta infatti un patrimonio immenso non solo a livello economico ma anche per un altro prezioso ruolo che è chiamato ad assolvere: quello di fungere da sentinella nei confronti degli eventi di dissesto idrogeologico, di cui è in gran parte responsabile l’incuria e l’abbandono dei territori. Nei dati 2018 di Ispra, si legge che ad oggi i comuni italiani a rischio idrogeologico sarebbero il 91,1% e gli italiani potenzialmente coinvolti perché residenti in aree pericolose per alluvioni o frane potrebbero essere circa 7 milioni; negli ultimi 25 anni, i terreni coltivati sostituiti da cementificazioni sono il 28% e la superficie agricola utilizzabile si è ridotta a 12,8 milioni di ettari, di cui 1,1 milioni coltivati appunto ad olivo.

 

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