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2021 ANNO DELLA FRUTTA E VERDURA PER LA FAO

La FAO, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura inaugura l’anno internazionale della frutta e della verdura 2021 (#IYFV), proclamato lo scorso settembre durante la 74sessione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica sul ruolo importante che frutta e verdura rivestono per l’alimentazione umana, la sicurezza alimentare e la salute in generale. Lo slogan scelto è: “Fruits and vegetables, your dietary essential”: frutta e verdura, elementi essenziali della tua dieta. L’anno internazionale della frutta e della verdura 2021 cade nel decennio d’azione delle Nazioni Unite sulla nutrizione (2016-2025) e nel decennio dell’agricoltura familiare delle Nazioni Unite (UNDFF 2019-2028). Per l’occasione, è stato redatto un paper la cui lettura svela statistiche interessanti e dettagli curiosi per addetti ai lavori e non.

La giusta quantità dipende da età (iniziando dai 6 mesi), sesso e attività fisica ma l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) raccomanda di consumare almeno 400 grammi al giorno di frutta e verdura. E il perché è presto detto: fa bene. Tutti ne conosciamo le caratteristiche in base ai colori: verdi ricche di fitochimici con proprietà antitumorali; viola e blu antiossidanti che possono ridurre il rischio di cancro, ictus e malattie cardiache; rischio di cancro ridotto anche per quelle di colore rosso, che inoltre migliorano la salute del cuore; le arancioni e gialle contengono carotenoidi che aiutano a mantenere gli occhi sani; infine, le marroni e bianche sono ricche di potassio e fitochimici con proprietà antivirali e antibatteriche. Per i bambini i benefici sono crescita e sviluppo sano (grazie a vitamina A, calcio, ferro, acido folico) e per tutti migliore salute mentale, cardiaca e intestinale, minore rischio di cancro, obesità e diabete, sistema immunitario più forte: in pratica, una vita più lunga. E infatti nel 2017 in tutto il mondo 3,9 milioni di decessi sono stati attribuiti a un insufficiente consumo di frutta e verdura, cosa che si stima causi circa il 14% delle morti per cancro gastrointestinale, l’11% di quelle dovute a cardiopatia ischemica e il 9% di quelle per ictus. Purtroppo, si consumano solo circa due terzi delle quantità minime raccomandate: poco più del minimo in Asia centrale, Nord Africa e Medio Oriente mentre in Africa subsahariana e Oceania solo circa un terzo; il consumo maggiore in assoluto è ai Caraibi mentre il minore in Africa meridionale. Questo perché molti tipi di frutta e verdura oltre a essere stagionali e deperibili possono essere costosi e gli si preferiscono carboidrati come il riso o la manioca, che saziano e sono ricchi di energia. L’aspetto culturale non va tralasciato: vero è che siamo influenzati da come siamo stati educati ma, a fronte di maggior reddito e stili di vita urbani, con una preferenza per la “convenienza” si osserva un’aumentata assunzione di zucchero, oli, prodotti animali e alimenti altamente trasformati e un minor consumo di frutta e verdura fresca; un cambiamento noto come “transizione nutrizionale globale”. Va inoltre tenuto presente che, al di là dei gusti personali, si può non sapere quanto frutta e verdura facciano bene anzi, spesso subiscono l’agguerrita concorrenza degli alimenti trasformati che dalla loro hanno una martellante pubblicità e prima di essere mangiati non devono essere lavati, sbucciati o cotti. Infine, a causa di politiche nazionali più concentrate su sicurezza alimentare, bilancia commerciale e questioni geopolitiche, gli Stati hanno dedicato molta attenzione solo a colture di base e da esportazione; di conseguenza, a loro volta gli agricoltori di medie e piccole dimensioni hanno investito meno. Questo ha favorito l’importazione di prodotti a basso costo a discapito di varietà locali più nutrienti ma meno sostenute dalla politica.

Banco di frutta fresca a piazza Vittorio, a Roma ©FAO/Alessia Pierdomenico

L’ONU mira però non solo a sensibilizzare su benefici salutistici e nutrizionali e sulla necessità di ridurre perdite e sprechi ma anche a promuovere la sostenibilità e la sicurezza della catena del valore. Il direttore generale della FAO, il cinese Qu Dongyu, durante la conferenza virtuale di lancio cui ha partecipato anche l’allora ministra Bellanova, ha affermato che “perdite e sprechi nel settore ortofrutticolo sono troppo elevati (nei paesi in via di sviluppo si perde fino al 50% lungo la catena di approvvigionamento dalla raccolta al consumo) e vanno adottati approcci innovativi per preservare la sicurezza e il valore nutrizionale dei prodotti freschi, incrementandone la durata di conservazione. Ciò significa migliorare la sicurezza alimentare, ridurre le emissioni di gas serra, allentare le pressioni sulle risorse idriche e del suolo e incrementare la produttività e la crescita economica”. Il tema è molto importante tanto che lo scorso 29 settembre la FAO ha celebrato la prima Giornata internazionale per la consapevolezza sulle perdite e gli sprechi alimentari. È l’intera catena del valore che va migliorata: studi sull’argomento hanno rilevato che le perdite post-raccolta, elevate in Asia orientale, nel sud-est asiatico e nell’Africa sub-sahariana, nelle prime due erano massime durante stoccaggio (con una perdita media superiore al 20%), lavorazione e imballaggio; nella terza invece nelle aziende agricole e nei mercati all’ingrosso. In Asia centrale e meridionale perdite e sprechi tendevano a essere inferiori ma con perdita maggiore durante il trasporto.

Secondo FAOSTAT, nel 2018 sono state prodotte 868 milioni di tonnellate di frutta (la quantità maggiore, 155 milioni, erano banane) e 1.089 di verdura (di cui 327 milioni di “altre verdure” tutte insieme, seguite dalle singole produzioni con capofila i pomodori per 182 milioni di tonnellate). La principale regione di produzione di frutta e verdura al mondo è l’Asia orientale seguita dall’Asia meridionale; poi Sud America, Sud Est asiatico, Europa meridionale (per la frutta) e Sud Est asiatico (per la verdura); Europa settentrionale e occidentale devono importare molto di ciò che consumano. La produzione mondiale è aumentata di circa la metà tra il 2000 e il 2018, soprattutto in Asia orientale con la Cina maggior produttore: gli aumenti maggiori sono stati in Asia centrale, con frutta e verdura più che triplicata, e in Africa centrale, con quasi il triplo di frutta e il doppio di verdura, anche se partendo da valori molto bassi; verdura raddoppiata anche in Africa orientale e occidentale. Produzione invece stagnante in Nord America e in Europa meridionale e occidentale (frutta e verdura) come anche in Nord Europa (solo verdura). Il mondo quindi produce più frutta e verdura, ma ancora non abbastanza: nel 2000 la produzione mondiale ammontava a 306 grammi per persona al giorno, divenuti 390 nel 2017, comprensivi però del peso di parti non commestibili, perse e da buttare. Il commercio internazionale di frutta e verdura fresche rappresenta solo il 7–8% circa della produzione globale ma è più che raddoppiato tra il 2000 e il 2018. America Latina, Caraibi e Asia si sono affermati come gli esportatori più importanti a fronte dei maggiori importatori Unione Europea, Stati Uniti, Cina, Canada, Giappone e Federazione Russa. Gli accordi commerciali, come quello sull’agricoltura del WTO - Organizzazione mondiale del commercio, e vari accordi commerciali regionali, hanno portato a ridurre i dazi all’importazione, stimolando anche la crescita del commercio del settore.

Lato produzione, gli agricoltori familiari, spesso produttori su piccola scala, rappresentano l’80% del cibo mondiale in termini di valore nonché un’ampia quota di frutta e verdura: oltre il 50% di tutta la frutta e la verdura viene coltivato in aziende agricole di dimensioni inferiori a 20 ettari (la maggior parte delle quali sono aziende familiari), e nei paesi in via di sviluppo è oltre l’80% nella maggior parte di Asia, Africa sub-sahariana e Cina. Le aziende agricole tra 20 e 200 ettari sono più diffuse in Europa e America settentrionale e centrale mentre oltre i 200 ettari in Sud America, Australia e Nuova Zelanda. Frutta e verdura in genere sono più redditizie delle colture di base su una data area di terreno e richiedono una gestione più intensiva: i piccoli agricoltori possono quindi trarre vantaggio dalla crescente domanda, grazie a una produzione su piccola scala che tutela maggiormente biodiversità (fondamentale anche ai fini del declino degli insetti) ed equità sociale soprattutto nei confronti delle donne, spesso coinvolte nella produzione e nel marketing, oltre che già ampiamente messe alla prova nel garantire la sicurezza alimentare di famiglie e comunità. Per ottenere vantaggi però il documento consiglia di organizzarsi in gruppi o stilare accordi con i commercianti: l’agricoltura a contratto consente infatti di partecipare a un settore ortofrutticolo di alto valore cui i piccoli agricoltori non potrebbero aspirare, anche se ciò comporta rischi per entrambe le parti poiché l’acquirente è in genere più potente e può imporre richieste pretenziose agli agricoltori che a loro volta potrebbero non rispettare quantità e qualità. In tema di tecnologie, i piccoli produttori in genere possono permettersi al massimo serre, irrigazione goccia a goccia, filtri per riciclare l’acqua e ridurre le contaminazioni ma innovazioni quali sistemi di irrigazione, idroponica, agricoltura digitale, blockchain sono destinate ad aziende più grandi, richiedendo investimenti e competenze e attirando quindi giovani e istruiti.

Interessante anche quanto riportato sulle colture trascurate: di circa 400.000 specie di piante nel mondo, si stima le commestibili siano tra 30.000 e 80.000. Dall’avvento dell’agricoltura sono state coltivate circa settemila specie ma l’approvvigionamento mondiale dipende solo da 200 specie di piante, di cui molte sono frutta e verdura; solo 12 di esse forniscono i tre quarti del cibo che consumiamo e nove rappresentano il 66 per cento della produzione agricola totale. Dimenticate dalla ricerca e dagli investimenti agricoli, sono sottoutilizzate perché presentano un enorme potenziale non sfruttato per comunità rurali e produttori su piccola scala, in quanto rispetto alle varietà commerciali sono più nutrienti e più resistenti a parassiti e malattie, vivendo come “erbacce”. Sarebbe importante sviluppare strategie affinché queste colture autoctone contribuissero a un’economia sana. È ormai noto che la biodiversità delle colture va tutelata e così l’istituto di ricerca internazionale World Vegetable Center conserva una banca genetica con 61.000 adesioni da 155 paesi. Sembrano tante ma per il germoplasma di frutta e verdura finora è stato fatto meno rispetto alle colture di base: per esempio, l’International Rice Genebank detiene più di 132.000 accessioni solo per il riso e i suoi “parenti selvatici”. Lo sforzo pubblico è minore rispetto agli alimenti di base e finora ci si è concentrati sulla sicurezza alimentare in termini di calorie anziché di nutrienti: come specifica il report, si è preferito riempire i piatti anziché aumentare la varietà del cibo nel piatto. Basti pensare che l’International Rice Research Institute per il solo riso ha un budget di 73 milioni di dollari mentre il già citato World Vegetable Center dispone di circa 20 milioni di dollari e deve occuparsi di tutti gli ortaggi e, per la frutta, neanche esiste un centro di ricerca internazionale.

Il cibo contaminato da agenti patogeni o sostanze chimiche non è sicuro e non può essere considerato cibo. Gli standard di qualità si trovano nel Codex Alimentarius, raccolta di linee guida, codici e regolamenti tecnici non legalmente vincolanti messa a punto dalla commissione omonima composta da 185 Paesi più la UE, istituita da FAO e OMS nel 1963; i Governi si basano sul Codex per legiferare e regolare il settore. Gli standard di qualità commerciale, anche per frutta e verdura, sono sviluppati e approvati dal gruppo di lavoro sugli standard di qualità agricola dell’UNECE, la Commissione economica delle Nazioni Unite dedicata all’Europa (non solo: anche a Nord America e Asia). Governi e organi internazionali stabiliscono standard che a loro volta si basano su sistemi di controllo alimentare con ispezioni, certificazioni e sanzioni per non conformità, indispensabili per evitare problemi di sicurezza alimentare come possono essere nel breve periodo un’intossicazione da e-coli e nel lungo una da metalli pesanti. Si ritiene infatti che i disturbi di origine alimentare causino circa 600 milioni di malattie e 420.000 decessi in tutto il mondo ogni anno; tali malattie sono comunemente associate ai due principali gruppi alimentari di frutta e verdura e dei prodotti di origine animale. La Banca mondiale stima che le malattie derivanti dal consumo di alimenti non sicuri costino ai Paesi a reddito medio e basso 110 miliardi di dollari all’anno in perdita di produttività, perdita di scambi commerciali e spese mediche. Gli anelli deboli della catena sono le carenze nelle ispezioni, il fatto che a livello di commercio locale e di consumo domestico eventuali rischi non sono rilevabili alla vista (o si preferisce non vedere), il comportamento dei consumatori che per primi devono imparare a lavare e sbucciare (anche se non sempre si ha accesso all’acqua potabile).

Un cliente acquista papaia in una bancarella al mercato di São Paulo do Brazil ©FAO/Miguel Schincariol


Nel suo intervento, Teresa Bellanova ha sottolineato come “l’anno internazionale può evidenziare efficacemente il contributo del settore ortofrutticolo al raggiungimento di diversi obiettivi di sviluppo sostenibile, in materia di sicurezza alimentare e miglioramento della nutrizione, promuovendo una dieta sana e modelli di consumo e produzione sostenibili. Scopi che assumono ancora più valore in considerazione della pandemia che a lungo ci condizionerà, mettendo a dura prova la tenuta dei sistemi alimentari. Tali obiettivi risultano quanto mai attuali e urgenti in particolare per aumentare la consapevolezza dei benefici nutrizionali nel consumo di frutta e verdura e per la salute umana, ma anche per promuovere gli sforzi internazionali per la produzione di catene di valore sostenibili, con particolare attenzione ai piccoli agricoltori che assicurano il sostentamento di milioni di famiglie rurali nel mondo; infine, per focalizzare l’attenzione sulla necessità di ridurre perdite e sprechi nelle filiere ortofrutticole, e l’Italia è pronta a condividere la propria esperienza in materia di produzione sostenibile di qualità”.

Non poteva mancare un riferimento anche alla dieta mediterranea, da trasmettere ai giovani nell’ambito di un’educazione alimentare: “La frutta e la verdura sono elementi fondamentali nella dieta mediterranea: il 16 novembre scorso è stato il decimo anniversario dall’iscrizione nella lista dell’Unesco tra i beni del patrimonio intangibile dell’umanità. L’anno internazionale della frutta e della verdura ci permette di realizzare ulteriori azioni di sensibilizzazione sull’importanza di una dieta bilanciata ed equilibrata. È un’occasione per divulgare il valore e il significato della stagionalità dei prodotti tra le nuove generazioni, per promuovere la qualità certificata dei prodotti e della produzione biologica, per supportare le buone pratiche volte alla riduzione degli sprechi. Vorrei sottolineare l’attenzione che dobbiamo dedicare a giovani che hanno diritto a una educazione alimentare corretta e trasparente”.

Ora staremo a vedere cosa accadrà in questo 2021 in termini di agricoltura sostenibile e sicurezza alimentare. Intanto, come anticipava l’ex ministra nel suo intervento (del dicembre scorso), attendiamo il vertice delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari e l’avvio del piano messo a punto dalla Commissione Europea previsto dalla strategia ‘dal produttore al consumatore’ Farm to Fork, considerando inoltre la presidenza italiana del G20.

 

 

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