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prospettive grigie e decadenti?

di STEFANO L. DI TOMMASO Amministratore delegato de La Compagnia Finanziaria

Ho ancora davanti agli occhi quelle grandi banconote che appartenevano ai miei nonni, di prima della guerra. Belle a vedersi e a toccarsi, da ripiegare come un fazzoletto, da sole raccontavano parte della saga della mia famiglia e di moltissime famiglie italiane. Erano state il simbolo tangibile del loro risparmio accumulato, di una certa agiatezza ed erano diventate, subito dopo l’ultima guerra, il simbolo di una ricchezza monetaria andata in fumo: i collezionisti le pagavano quanto una stampa da appendere alle pareti. I miei nonni non avevano voluto mai cambiarle o venderle ai numismatici, anche perché c’era stampato sopra un po’ del loro cuore. Ogni tanto me le mostravano, come a dire: Non ci cascare!
Oggi, più di sessant’anni dopo, siamo passati dalla lira all’euro, ma le cose sembrano ripetersi in modo sorprendentemente simile. Tutte le principali nazioni avanzate del mondo, America, Europa, Giappone, India, Canada e Australia comprese, «vantano» un’eccellente posizione debitoria nei confronti dei loro cittadini, che sanno benissimo che non riusciranno mai a ripagare. Ciononostante - la difficoltà a ripagare il debito pubblico di buona parte del mondo civile è una considerazione quasi ovvia -, nessuno si chiede a quali conseguenze si andrà incontro. Il dibattito in corso tra economisti, giornalisti e politici non è quello di sapere se sarà ripagato il debito, anche perché i potenti del mondo su argomenti così importanti «se la cantano e se la suonano» e, dal momento che controllano i media, nessuno è in grado di attirare su questo la pubblica attenzione, ma il tema del momento è la dimensione dei deficit di bilancio, cioè di quanto deve o può ancora crescere il debito pubblico per ciascun anno.
Il mondo occidentale, o meglio la nostra civilizzazione, è alle prese con una crisi di cui fatica a prendere atto e che questa volta non rassomiglia affatto ai normali cicli di espansione e recessione osservati fino al 2007; sembra invece essere entrato in un tunnel fatto di vincoli, dispute tra parti sociali e cattive sorprese a ripetizione, che non lascia intravvedere alcun roseo futuro per la ripresa di un vitale ciclo economico. Questo mondo in cui anche gli italiani vivono, di stampo fortemente anglosassone, e che è stato fucina di benessere e tecnologia a partire dai primi anni dell’Ottocento come mai prima nella storia moderna, ha visto l’ascesa prima del Regno Unito e poi di un’altra nazione anglosassone, gli USA, giunta a dominare militarmente e scientificamente il mondo intero. Questo sistema economico, che non ha cessato di esercitare il proprio potere su tutto il resto del mondo, sembra oggi annaspare sotto il peso di una montagna di debiti pubblici, dei quali la porzione principale è proprio quella americana.
Come era ampiamente scontato e presumibile, man mano che gli investitori di tutto il globo hanno cominciato a disertare le aste delle obbligazioni pubbliche, i Governi più indebitati sono passati ad usare le poche armi rimaste nelle loro mani tra le quali la progressiva svalutazione della moneta da essi emessa, per evitare o solo rimandare nel tempo la loro disfatta, che provocherebbe bancarotta e sommosse popolari. Coerentemente le Banche centrali hanno iniziato a «monetizzare» il debito, ad annacquarlo, ivi compresa, ma in misura minore, la BCE, anche perché è espressione di troppi Paesi diversi tra loro. Non per niente si assiste a una graduale e pericolosa rivalutazione dell’euro.
Gli effetti pratici di questa manovra, concordata tra tutte le Banche centrali del pianeta, non sono oggi facilmente desumibili e predicibili quanto lo sono stati in passato quelli dell’inflazione e dell’angoscia di vedere fortemente ridotte le riserve energetiche mondiali, entrambe più volte intercorse nella seconda metà del Novecento dalla guerra del Kippur alla nuova caccia alle streghe del terrorismo, all’indomani della caduta delle Torri gemelle. Gli economisti affermano che «ci stiamo muovendo in terreni inesplorati».
Le possibili conseguenze macroeconomiche della progressiva monetizzazione dei debiti pubblici hanno a che vedere con la riduzione della capacità di potere d’acquisto delle principali valute mondiali e con la conseguente ascesa irrefrenabile dei beni rifugio, quali i metalli preziosi e l’oro in particolare, l’unica moneta di scambio oggi dotata di scarsità. Ma non provocheranno necessariamente un’inflazione così come si è conosciuta in passato, a causa dei costi auspicabilmente decrescenti della produzione di beni materiali e derrate alimentari. Fattore questo che potrebbe ampiamente controbilanciare la riduzione del futuro potere d’acquisto delle divise nazionali.
In questi «terreni inesplorati» la scienza economica mostra chiaramente di sapersi orientare poco, mentre i mercati finanziari danno segni di crescente euforia, a causa degli effetti immediati della prima delle manovre di monetizzazione dei debiti: il cosiddetto «Quantitative Easing», manovra equivalente allo stampare più moneta. È in corso una disputa sul proseguire con il QE com’è stato concepito sinora, ma non sul fatto che di qualcosa di simile ci sarà necessariamente bisogno. Un altro deciso motivo di euforia, attuale ed anche crescente, è il fatto che, per evitare il tracollo del sistema dei pagamenti con le memorabili «corse agli sportelli» bancari per ritirare le banconote, le banche centrali e i loro organismi di controllo internazionale non hanno potuto che fornire liquidità alle banche ordinarie, per vari scopi. Intanto per un problema di scarsa capitalizzazione delle banche, cui fa capo il sistema dei pagamenti: farle lucrare un immenso differenziale di interessi tra il denaro preso a prestito e ciò che gli Stati ossia i cittadini pagano sul loro debito; permetterle di controbilanciare l’enorme massa di crediti erogati ai privati e che non saranno ripagati a causa della crisi.
È fin troppo facile associare i profitti delle banche sul differenziale suddetto, alle perdite sui crediti in portafoglio che esse stanno pian piano facendo emergere, per desumere che le spese di questo gioco le stanno facendo gli Stati nazionali, cioè i cittadini con le maggiori tasse. Inoltre in questo modo il sistema bancario acquista titoli pubblici in misura crescente e rimpiazza la sparizione dei privati dalle aste indette per rifinanziare il debito. Man mano, però, che la manovra di «monetizzazione del debito pubblico» si fa più palese e qualcuno comincia a parlarne, affiorano più distintamente le conseguenze, a volte terribili, della medesima. La prima, ovvia, è la progressiva svalutazione di questa o quella divisa tra le principali del mondo, «renminbi» cinese escluso.
Si comprende così molto bene per quale motivo è stato logico affermare nell’ultimo G20 che non è in atto alcuna «guerra» valutaria, certo, sono tutti d’accordo; che i capi di Governo e i principali banchieri sono invitati a una rigorosa «disciplina verbale» in proposito, altrimenti si scatenerebbe il panico. La guerra delle valute non esiste, dunque. Esistono purtroppo soltanto «valute di guerra», il cui valore intrinseco è inesorabilmente destinato a scendere.
Vi sono altre conseguenze nella previdenza pubblica, nel costo delle risorse alimentari, nello squilibrio tra le classi sociali ecc. La progressiva riduzione di valore delle principali divise di pagamento richiede un trend di lungo periodo per evitare il collasso dei circuiti finanziari, da decenni all’esame dei potenti del mondo. Per la geopolitica delle riserve globali di combustibili e materie prime, la variabile quasi ingovernabile della grande nazione trasversale dell’Islam, l’imprevedibilità degli equilibri politici dei Paesi emergenti, non è riuscito e non riuscirà a nessuno di contenere o rovesciare in breve questo trend.
La new economy, la ricchezza creata dalle tecnologie biogenetiche, le nuove modalità di estrazione di gas e petrolio avevano fornito all’Occidente qualche speranza in più. Ma la tendenza mondiale a una crescita smisurata dei debiti pubblici non è risultata sinora contenibile attraverso la crescita della ricchezza economica. Buona parte di questa si è concentrata in poche mani e ha determinato l’ascesa di lungo periodo di oro, commodities e riserve energetiche. Proviamo a declinare alcuni effetti pratici della monetizzazione.
Uno dei principali problemi che emergono dalla prospettiva che non si inverta a breve la tendenza alla monetizzazione è il probabile «annacquamento» non soltanto dei debiti pubblici, ma anche del contenuto di valore dei sistemi pensionistici e previdenziali, basati molto sulla tenuta dei valori monetari nei quali sono espressi. La prospettiva di non riuscire più a ripagare, in termini pensionistici di tenore di vita, tra dieci o vent’anni quanto i contribuenti hanno versato nel corso della vita lavorativa, è di per sé aberrante, tanto più se associata a una tendenza altrettanto robusta ad accrescere la durata della vita media e quindi il montante delle pensioni future da distribuire.
Un altro grande settore di instabilità sarà la possibile competizione tra le imprese per accaparrarsi le risorse e le materie prime. In futuro esse dovranno in molti casi integrarsi maggiormente per controllare l’intera filiera del loro prodotto, al fine di non rimanere schiacciate tra fornitori e distributori. Il fenomeno è già ampiamente visibile tra i pochi grandi attori rimasti nei settori più maturi, quali quelli minerario, energetico, chimico, bancario e di alcuni altri servizi. La concentrazione ha fatto sparire i piccoli operatori, ha reso più ricchi quelli grandi, i quali hanno cominciato a praticare cartelli di prezzo e di condizioni, anche a causa della loro capacità di influenzare la normativa. In passato questo fenomeno ha riguardato solo pochi settori economici, mentre in quelli emergenti si assisteva alla copiosa nascita di nuove imprese. In futuro non è affatto detto che il venture capital riuscirà a controbilanciare la tendenza al consolidamento, anche a causa dell’inaridirsi del mercato del piccolo credito.
Quanto sopra delineato provocherà necessariamente una corsa ad accaparrarsi per primi le maggiori risorse possibili di capitale, poiché l’integrazione verticale costa cara, richiede molto capitale circolante come pure investimenti produttivi, e non è pensabile che il sistema bancario possa finanziarne il consolidamento. Anzi l’esperienza osservata nei settori economici più maturi mostra la consolidata globalizzazione dei migliori di essi, altro fattore che comporta ingenti disponibilità di denaro e la quasi assenza di indebitamento per i pochi attori rimasti a dominare il mercato.
Le imprese che vogliono vincere la sfida dunque dovranno correre più delle altre per mostrare di essere migliori, più efficienti e più veloci nel consolidare la propria crescita, se vorranno attirare l’attenzione del mercato dei capitali, senza la quale rischieranno di rimanere «a secco». Tutto quanto sopra potrebbe determinare sui mercati uno scenario apocalittico? Probabilmente no. Sebbene in una prospettiva sufficientemente grigia e decadente come quella delineata non si possano escludere a priori guerre e rivoluzioni, sono portato a ritenere che viceversa per un bel lasso di tempo le prospettive dei mercati si appiattiranno, la globalizzazione funzionerà meglio anche nel governo delle dispute e dell’ordine pubblico e piuttosto si creerà una situazione in qualche modo «orwelliana».
Se così fosse, i mercati borsistici avrebbero in compenso sufficiente stabilità per tornare a crescere, per fare pulizia, per integrarsi a livello globale. Le valute sussulteranno ancora, ma non troppo, trovando equilibrio tra le spinte politiche alle svalutazioni competitive e il grande vantaggio di pagare di meno, nel caso esse si apprezzino, il crescente costo delle materie prime. In uno scenario del genere chi soffrirà di più sarà magari il mercato finanziario dei titoli di credito, che rischia di ridursi in dimensione e appetibilità. Non è facile però riuscire a prevedere se questo fatto porterà al proseguimento dei ridottissimi tassi di interesse che oggi si osservano sui mercati «all’ingrosso», con grande divario rispetto a quelli praticati «al dettaglio», ovvero a una loro ricrescita.
Un elevato livello di tassazione dei consumi e dei redditi personali a livello mondiale potrà facilmente creare una più decisa separazione tra i percettori di redditi da capitale e quelli di reddito da lavoro, aumentando conseguentemente i divari culturali, geopolitici e le disparità sociali. Tutti sinonimi di instabilità, che però ritengo potranno essere ampiamente dominati e incanalati in altre direzioni di consenso sociale, come l’oppio collettivo dei grandi sport di massa praticati negli stadi.
Che Orwell avesse ragione oppure no, a parte l’anno sbagliato visto che il 1984 è passato da quasi trent’anni, le grige prospettive sin qui riportate potrebbero essere ampiamente smentite da due fattori: la possibile, tutt’altro che scontata, caduta del potere d’acquisto delle divise monetarie potrebbe provocare corse sconsiderate all’accaparramento di beni reali o di materie preziose innestando una dinamica inflazionistica che aiuterebbe a ridistribuire meglio il reddito disponibile; la dinamica di creazione di valore legata all’uso delle nuove tecnologie non militari - le altre possiamo giurare che saranno tenute nel cassetto dei potenti del mondo per dominarlo meglio -, le quali potrebbero già da sole provocare una nuova notevole ascesa del benessere collettivo e, dunque, controbilanciare tanto l’appiattimento delle prospettive quanto la concentrazione delle ricchezze. L’economia è stata definita una «triste scienza» con i suoi adepti sempre pronti ad illustrare il pericolo di scenari apocalittici, ma le applicazioni della scienza non saranno necessariamente tristi, anzi.

di STEFANO DI TOMMASO

amministratore delegato de La Compagnia Finanziaria     

Tags: Aprile 2013 banca banche finanza energia pensione moneta oil&gas Stefano Di Tommaso

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