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PERCHe' e' ANCORA ESIGUA LA PRODUZIONE DELLE FONTI RINNOVABILI

di LUCIANO CAGLIOTI professore emerito dell’università sapienza di roma

Lo sviluppo del mondo moderno è strettamente collegato con il progresso scientifico-tecnologico: a quest’ultimo dobbiamo l’allungamento della vita, la disponibilità di nuove medicine per vecchie malattie, materiali speciali, trasporti veloci, abitazioni comode, strade, aerei, mezzi di comunicazione. Ci siamo abituati a ritenere ovvie, se non addirittura dovute, tutta una serie di comodità e, come spesso accade, non riflettiamo su ciò che dette disponibilità comportano.
Un punto vitale del sistema moderno è costituito dalla disponibilità di energia: a partire dagli anni del secondo dopoguerra l’energia costava poco, ed era disponibile «come l’acqua del rubinetto», per ripetere un’osservazione di un presidente degli Stati Uniti, e così durò fino al 1972 quando il primo ministro libico Muammar Gheddafi diede il primo scossone al prezzo del petrolio.
Da allora fu una serie di crisi petrolifere più o meno durevoli e più o meno intense. E i Paesi occidentali iniziarono ad operare per sbloccare la dipendenza dal petrolio importato e rendere la produzione di energia ricavabile da altre fonti e da altre risorse. Si cominciò a parlare di «fonti rinnovabili» riferendosi alle biomasse, all’energia solare, al vento, all’energia idroelettrica, ai rifiuti. L’imperativo è differenziare le fonti per sfruttare tutto quello che è sfruttabile, e così si opera sui pannelli solari per produrre calore o elettricità con vaste superfici attrezzate.
Si sfruttano, dove ci sono, i fiumi rinforzando la quantità di energia idroelettrica ottenibile, si produce quanto è possibile ricavare dai giacimenti geotermici, si pone vivace attenzione alle biomasse, al biogas, a quella frazione di rifiuti che è combustibile. Con alcuni limiti non sempre sorpassabili. Un esempio: l’energia solare. È possibile ricavare energia dal sole ma, per ottenere un rendimento soddisfacente, in particolare nel fotovoltaico occorrono vaste superfici con costosi impianti. Per cui i cicli produttivi richiedono un supporto di incentivi per essere applicabili.
Questo spiega perché, dopo aver operato tanti anni nelle fonti rinnovabili, le quantità prodotte costituiscano ancora una frazione bassa del totale. Il sistema è quanto mai articolato ed è difficile percepire realmente cosa comporta, ad esempio, creare un gasdotto sottomarino dal Nord Africa alle coste sud dell’Europa, o caricare metano liquido su navi speciali e rigassificarlo una volta arrivati a destinazione, o costruire un oleodotto che attraversa numerosi Paesi in una rete che va protetta dagli agenti atmosferici e anche da possibili atti ostili, quando non sorgano problemi con la malavita organizzata che si va ad annidare ovunque vi siano prospettive di guadagno.
Tecnologia da un lato, geopolitica dall’altro, in una turbolenza che va ben oltre i singoli Paesi ma li coinvolge tutti. Ma la base rimangono il combustibile fossile da un lato, il nucleare dall’altro. Metano preferito a tutto sul piano delle emissioni, petrolio indispensabile per la petrolchimica, carbone ottimale sul piano dei costi. Un discorso a parte merita il nucleare, basato sugli studi dei «ragazzi di Via Panisperna» nel quale l’Italia ha avuto fino agli anni 60 un ruolo pionieristico, ed oggi utilizzato da tutti i Paesi industrializzati.
Fatta eccezione, per l’appunto, per l’Italia che, sotto le pressioni dell’opinione pubblica, l’ha eliminato dalle fonti utilizzate. Con il fastidioso risultato di un mercato dell’energia che vede il costo superiore del 20 o 30 per cento a quello degli altri Paesi. Alla base di questa singolare situazione è il ruolo sempre maggiore di un certo ambientalismo che sembra incoraggiare l’affermarsi di una piena incongruenza. Nel senso che l’italiano vive in un contesto di oggetti tecnologici, ma si oppone alla diffusione di qualsiasi cosa riguardi il progresso tecnologico.
Siamo in prima linea nell’opposizione al nucleare, alle centrali termoelettriche, ai rigassificatori, agli elettrodotti, al carbone, alle dighe, agli ogm, alla variante di valico, al Mose, alla Tav, alle onde elettromagnetiche, all’industrializzazione dell’agricoltura, ma troviamo normale fare largo impiego di apparecchiature elettroniche, tv, dvd, telefonini, auto, aerei, cibi precotti e così via.
Paradosso nel paradosso, parliamo molto di effetto serra, cambiamenti climatici, buco di ozono, e contestiamo la fonte nucleare che è l’unica, insieme all’idroelettrica, che permette di produrre elettricità senza emettere sostanze nocive all’ambiente. E non ci si rende conto del fatto che, ogni volta che si frena il progresso scientifico e tecnologico, i nostri giovani vengono derubati di un pezzo di futuro ad alta tecnologia, cioè della possibilità di lavorare in un sistema «ricco».

Tags: Giugno 2013

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