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europa cristiana: foto scolorita nel mare di lampedusa o realtà vivente?

di TITO LUCREZIO RIZZO Consigliere Capo Servizio  Presidenza della Repubblica

I doveri del credente innanzi allo Stato furono sanciti da Cristo stesso nell’esortazione di dare «a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Alla chiarezza di tali parole, nel corso di 20 secoli hanno fatto seguito continui fraintendimenti, tradottisi anche in guerre sanguinarie, sia da parte degli Stati, che delle Chiese. Scriviamo «Chiese» riferendoci scientemente non solo a quella cattolica, ma anche a quella ortodossa, a quella anglicana ed alla costellazione di quelle protestanti, marcate tutte da sensibili differenze teologiche, ma purtroppo uguali nella storia delle contaminazioni con le rispettive strutture statuali di riferimento.
Una reale presa di distanza tra Chiesa e Stato, avvenne in ambito cattolico con il Concilio ecumenico Vaticano I (1869), che affermò più nettamente che nel passato, l’autonomia del successore di Pietro dalle singole Monarchie e la sua sovraordinazione su tutti gli Episcopati nazionali. Ciò privò i Sovrani del tradizionale controllo fino ad allora esercitato sui propri Vescovi e, tramite questi ultimi, sulle masse, con la conseguenza tra l’altro che le Potenze cattoliche seguirono con benevola freddezza l’entrata degli italiani a Porta Pia e la fine del potere temporale dei Papi.
Per converso Pio IX, pur animato da sentimenti di profondo affetto per l’Italia, non poté da subito riconciliarsi con essa, essendo stato riservatamente avvisato dai suoi Nunzi apostolici, che in tale eventualità le varie Case regnanti l’avrebbero considerato né più né meno che un «Cappellano di Casa Savoia», e che avrebbero potuto conseguentemente avviare una serie di scismi per la formazione di altrettante Chiese nazionali.
La «Conciliazione silenziosa» che comunque ne seguì - usiamo l’espressione di Giovanni Spadolini - ebbe il suo epilogo nei Patti Lateranensi del 1929, che furono recepiti non senza accese polemiche in campo laico - basti ricordare l’opposizione di Benedetto Croce - nella nostra Costituzione. Quei Patti peraltro, come ben ricordò Marcello Soleri, amico fraterno di Giovanni Giolitti, furono tali che qualunque altro Governo avrebbe potuto stipularli, dato che vi erano state pregresse trattative all’inizio del secolo tra Vittorio Emanuele Orlando e la Santa Sede, che sarebbero andate a buon fine se non fosse caduto il Ministero a guida dello statista siciliano.
La ricordata recezione dei Patti nella Costituzione andava peraltro spiegata con il fatto che, pur essendo quest’ultima fortemente innovativa rispetto allo Statuto che andava a sostituire, non vi fu una frattura radicale rispetto al passato sotto il profilo della cosiddetta «Costituzione materiale», cioè all’insieme di quei valori - famiglia, fede, patria - in cui continuò a credere e a consentire la stragrande maggioranza degli italiani.
All’inizio di questo terzo millennio sembrerebbe tuttavia che, di fronte ai nuovi orizzonti politici, economici e strategici offerti dall’Unione Europea, non solo l’Italia, ma anche tutti gli altri Stati membri abbiano deciso di rinunziare al proprio patrimonio ideale, in ossequio ad una malintesa idea di progresso che imporrebbe, più o meno inconsapevolmente, di ripudiare le proprie radici e, per tale via, la propria identità spirituale.
Se il costante ed accorato richiamo dello scomparso papa Giovanni Paolo II alle nostre matrici cristiane, che costituiscono un dato storicamente inoppugnabile, apparve scontato, ci soccorrono di nuovo utilmente le riflessioni del laico Benedetto Croce, il quale sostenne che grazie al Cristianesimo l’umanità era stata investita dal più grande rivolgimento di tutti i tempi, poiché la rivoluzione cristiana aveva operato «al centro dell’anima, nella coscienza morale».
Va da sé che la circostanza che nel preambolo della Costituzione europea, dopo vivaci discussioni, sia prevalsa la formula di un asettico richiamo alle «eredità culturali, religiose ed umanistiche del Vecchio Continente», invece di quello ben più pregnante alla nostra «eredità cristiana», non può da sola inficiare il sentimento cristiano, le cui radici sono sopravvissute anche a 70 anni di propaganda ateistica nei Paesi dell’Est europeo. Ma dopo essere sopravvissute alla persecuzione, oggi tali radici rischiano, come vedremo appresso, di «marcire» nell’egoismo edonistico.
Le linee guida per essere ammessi a far parte dell’Unione Europea non sono soltanto i freddi parametri ricavabili dalle leggi dell’economia, ma sono soprattutto i valori morali cui dovrà uniformarsi qualsiasi Stato aspirante ad esserne membro, quali: il rispetto della vita; la salvaguardia della proprietà; la tutela della libertà e della dignità individuale, specialmente per la donna; la libera circolazione delle persone e delle idee; il dovere della solidarietà e la protezione di tutti quei principi di diritto naturale in cui ogni popolo può riconoscersi.
Si tratta, in ultima analisi, di ciò che la coscienza dovunque ha individuato come il vero bene sia per il singolo che per la collettività o, per dirla con Sua Santità Benedetto XVI, del riconoscimento della ragionevolezza e del valore vincolante dei grandi principi che hanno edificato l’Europa libera e che devono e possono ricostruirla. La non casuale coincidenza del messaggio evangelico con detti principi può indurci a superare dogmatiche contrapposizioni tra morale cristiana e morale laica, per fondare «un’etica della ragione che vada oltre tali distinzioni», facendo nostro l’auspicio espresso ancora dal Papa emerito al riguardo.
Tutto ciò premesso, riteniamo che il ruolo del cristiano europeo non sia quello di assumere atteggiamenti di superiorità predicatoria e moraleggiante, bensì di agire con comportamenti di coerente adesione ai dettami evangelici. Il compiere serenamente e sino in fondo il proprio dovere sia in famiglia che nel lavoro, e l’aiutare chi soffre con generosa disponibilità solidaristica, può costituire un ammirevole modello per suscitare adesioni emulative spontanee, attraverso le quali l’Europa tutta potrà ritrovare le ragioni della propria civiltà e proporle anche al di fuori dei propri confini.
Le recenti vicende occorse, per l’ennesima volta, a Lampedusa ci pongono viceversa innanzi ad inquietanti riflessioni che sembrano in grado di mettere in discussione quanto esposto, perché innanzi alla generosa disponibilità di una popolazione di pescatori e di artigiani, pronti a dare la vita insieme alle forze militari e di polizia italiane per salvare tante vite umane mettendo a repentaglio le proprie, è dato di osservare un sostanziale disinteresse di altri Paesi dell’Unione.
 Essi, alla prova dei fatti, non solo in tal modo dimostrano di aver smarrito le radici cristiane del Vecchio Continente, ma anche quel minimo comune denominatore valoriale che, anche laicamente ragionando, è stato costantemente accreditato come momento coesivo e identitario dell’Europa medesima.
Infatti la Carta dei diritti fondamentali, siglata in ambito comunitario nel dicembre del 2000, nel preambolo testualmente recita: «L’Unione si fonda sui valori indivisibili e universali della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà; essa si basa sul principio della democrazia e sul principio dello Stato di diritto. Pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell’Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia». Con il Trattato di Lisbona, la Carta ha altresì acquisito un carattere giuridico vincolante per gli Stati membri. Il valore della solidarietà è ribadito anche dalla Costituzione dell’Unione Europea, in una logica coerente con i propri principi ispiratori, onde definisce con felice sintesi espressiva l’Unione medesima come uno «spazio privilegiato della speranza umana» anche se, attualmente, l’accentuarsi della divaricazione tra Paesi ricchi e non, in ambito comunitario, non sembra confortare nel concreto l’attuazione della pur suggestiva, evocata definizione.
Dove è andata a finire la richiamata speranza, se facciamo nostre le parole di un Pontefice che hanno una valenza universale? Lo scorso 8 luglio papa Bergoglio, durante la visita all’isola citata, che non dovrebbe più essere considerata la porta d’ingresso dell’ Italia bensì della Europa tutta, ha detto tra l’altro: «Signore, in questa Liturgia, che è una Liturgia di penitenza, chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo perdono per chi si è accomodato, si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore; ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi». Al termine dell’omelia ha soggiunto: «Adamo dove sei? Dov’è il sangue di tuo fratello?».
Ben triste ci appare allora la realtà di un’Europa iper-tecnologica ed economicamente avanzata ma moralmente in declino, in cui il richiamo formale e solenne alle sue radici cristiane sarebbe stato vieppiù la sterile evocazione di un fantasma del passato. Sarebbe apparso come la struggente nostalgia di una perduta, giovanile bellezza innanzi a un volto corroso dalle rughe di una decadenza inarrestabile, che non consente più di ravvisarne i lineamenti di un tempo.
Il volto è lo specchio dell’anima, e se non c’è un’anima, il primo si riduce a vuota e inespressiva maschera del nulla, destinato a perdersi innanzi ai tratti, essi sì ben marcati, dei volti di altre civiltà dall’espressione non necessariamente sorridente ed amicale, specie se spinti dalla molla della disperazione.

 

di TITO LUCREZIO RIZZO Consigliere Capo Servizio Presidenza della Repubblica

Tags: Novembre 2013 Europa Unione Europea immigrazione Savoia Papa

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