Il nostro sito usa i cookie per poterti offrire una migliore esperienza di navigazione. I cookie che usiamo ci permettono di conteggiare le visite in modo anonimo e non ci permettono in alcun modo di identificarti direttamente. Clicca su OK per chiudere questa informativa, oppure approfondisci cliccando su "Cookie policy completa".

ma come si amministravano vent’anni fa i comuni se non esisteva l’ici?

L'editoriale di Victor Ciuffa

 

Ma come facevano, fino a vent’anni fa, le Amministrazioni locali degli oltre 8 mila Comuni d’Italia ad amministrare un Paese di oltre 56 milioni di abitanti cui dovevano fornire tutti i servizi di loro competenza in molti pesanti settori, come trasporti, sanità, acqua, energia, istruzione ecc.? Completo la domanda: come facevano dal momento che l’Ici non esisteva, non era mai esistita, e non fu introdotta in sostituzione di qualche altra imposta soppressa, ma in aggiunta a quelle già vigenti? Proprio ora, in pieno dibattito sull’Imu, nessuno si pone questa domanda, anzi ci si sta abituando anche all’idea che questa odiata e vituperata imposta sia come l’Araba Fenice, il mitologico uccello che, dopo la morte, rinasceva sempre dalle proprie ceneri. Anzi l’Ici fa di più: se prima era una cornacchia, rinasce trasformata ma soprattutto più feroce, affamata e rapace di prima, magari come aquila.
Possiamo allora chiederci, o no, come facevano, quando l’Ici non c’era, tutti gli amministratori locali di una volta, e in parte anche il Ministero dell’Economia, le Regioni e le Province che, con addizionali ed altre partecipazioni, intingono sempre il becco nella grande mangiatoia delle tasse locali? Forse che Comuni, Province e Regioni oggi forniscono alle popolazioni nuovi e più costosi servizi che prima non c’erano? E quali sarebbero questi servizi? Oppure hanno di gran lunga migliorato, spendendo quindi molto di più, quelli già allora esistenti?
A dire la verità, questi ultimi sono peggiorati o comunque non sono migliorati. È aumentato, semmai, il loro costo per la creazione di un numero impressionante di società comunali, provinciali e regionali cui essi sono stati affidati, con una moltiplicazione esponenziale di presidenti, consiglieri di amministrazione, consulenti, dipendenti e annessi vari, del tutto voluttuari e inutili ma rappresentativi dei vari partiti presenti nei Comuni ed enti di riferimento.
Ecco dove sono andati a finire i lauti proventi dell’Ici pagata dalle famiglie e dalle imprese in tanti anni: non certo ad opere pubbliche, alla manutenzione di strade, scuole, infrastrutture che cadono a pezzi quando c’è il sole, figuriamoci quando piove qualche millimetro in più di acqua. Però, quando qualche forza politica, per fini anche solo elettorali, prospetta la soppressione o la riduzione delle imposte locali, e in particolare dell’Ici o Imu che sia, si levano gli strilli di quegli amministratori che annunciano subito di essere costretti ad interrompere servizi essenziali come trasporti, sanità, energia ed altro.
E gli si affiancano nel vociare le loro potenti organizzazioni corporative, come l’Anci che è l’Associazione dei Comuni, come l’Upi o Unione delle Province italiane, come la Conferenza e il Comitato delle Regioni. Ma quando i politici si scagliano, con intenzioni e provvedimenti penalizzanti, contro gli Ordini professionali spregiativamente definendoli «corporazioni» - di avvocati, notai, commercialisti, medici, farmacisti ecc. - fingono di non ricordare di far parte, anche loro, di agguerrite corporazioni che li affiancano nell’azione a carico di contribuenti, consumatori, imprenditori.
E non esiste alcuna probabilità che rivelino e spieghino pubblicamente, attraverso le centinaia o migliaia di Uffici Stampa e Comunicazione che hanno istituito - ogni assessore regionale o provinciale può avere un addetto stampa - le poste minori dei bilanci, le centinaia o migliaia di voci di spesa del tutto voluttuarie, escogitate solo per finanziare società, associazioni ed entità varie ricettacolo di aspiranti politici e di figli e figliocci di politici.
Da qualche anno ci si imbatte molto meno, nei discorsi e nei programmi dei politici, nella locuzione «autonomie locali» quale sinonimo di enti locali, termine quest’ultimo derivato dalla vecchia Legge comunale e provinciale del 1934 che, prevedendo controlli più numerosi e rigorosi sulle Amministrazioni locali e centrali, è stata lacerata, calpestata, stravolta dal 1990 in poi, con i risultati di inefficienza, immoralità, illegittimità ed anti-economicità che vediamo. Forse non adoperano più quella locuzione, peraltro contenuta nella Costituzione, per non richiamare alla memoria di famiglie e imprese quella ad essa successiva e collegata, detta «autonomia impositiva». Locuzione questa che, una volta realizzata in accoppiata con l’altra magica formula «federalismo fiscale», ha portato al disastro finanziario sia le «autonomie locali» sia, conseguentemente, le strutture centrali dello Stato, obbligate a ripianare con nuove tasse i disastri finanziari di Comuni, Province e Regioni.
Disastri la cui dimensione ancora non si definisce del tutto se non si conosce, ad esempio, quanto i Comuni abbiano speso nell’acquisto di bond, di derivati e di altri titoli «tossici», strumenti ampollosamente denominati fino a qualche anno fa «finanza derivata». Come pure non si conosce l’importo dei nuovi «debiti fuori bilancio» contratti dalle Amministrazioni locali dopo che quelli vecchi, lasciati fino al 1989, erano stati faticosamente eliminati, ovvero pagati dallo Stato, giusto venti anni fa, ma con il divieto assoluto di farne altri. Invece molte disinvolte o maldestre «autonomie» hanno continuato ad indebitarsi, per di più nascondendo l’importo del debito a chi sarà chiamato a pagarlo, ossia ai contribuenti.
Sappiamo così quali conseguenze possono derivare all’economia, e in particolare alla ripresa economica, dalla persistenza nell’ordinamento di un’imposta come l’Ici o l’Imu, quest’ultima allargata addirittura ai terreni agricoli e alle costruzioni rurali: in pratica nessuna, continuando queste risorse a scomparire in decine di migliaia di rivoli non solo oscuri ma in gran parte illegittimi. Cerchiamo di immaginare gli effetti che esse avrebbero sulla congiuntura qualora restassero nelle tasche delle famiglie e nelle casse delle imprese: sarebbero immediatamente e direttamente spese in consumi da parte dei possessori; mentre quelle depositate in banche, sarebbero da queste impiegate in mutui e finanziamenti destinati alla produzione di beni e servizi. E in ultima analisi ad aumento dell’occupazione, dei redditi familiari, dei profitti imprenditoriali, ossia sostanzialmente e rapidamente ad una decisiva spinta alla ripresa economica, produttiva e occupazionale.  

Tags: Dicembre 2013

© 2017 Ciuffa Editore - Via Rasella 139, 00187 - Roma. Direttore responsabile: Romina Ciuffa