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A Franceschini non far sapere quanto arricchiscono i vincoli e le pere...

L'editoriale di Victor Ciuffa

 

Non c’era alcun dubbio che, con il nuovo ministro Dario Franceschini, nel settore dei Beni e delle Attività culturali avremmo assistito ad essenziali novità in comparti veramente sofferenti del patrimonio artistico e culturale del Paese. Questo perché la stessa personalità del neo ministro, come diffusa dalla stampa e dalla sua attività precedente, non lascia dubbi sulla sua preparazione culturale. Ricordiamo quello che è successo nel recentissimo passato a Pompei e in altri celeberrimi siti archeologici. Era difficile per il nuovo Governo, e lo è tuttora, affrontare tutte le situazioni critiche del settore a causa della penuria di risorse finanziarie determinata dalla crisi economica. Però, oltre a trovare mezzi finanziari, un Governo, in particolare quello guidato da Matteo Renzi e dal suo ministro Franceschini, deve cercare e trovare idee per affrontare il degrado dei siti e dei beni culturali. Qualche provvedimento e annunci di intervento si sono avuti in questi primi mesi di gestione. Il Governo ha approvato un consistente decreto legge contenente disposizioni urgenti per la tutela del patrimonio culturale, per lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo. Il provvedimento riguarda una serie di comparti: ci si trova dentro tutto o quasi, tutto quello che i massimi dirigenti del Ministero, esperti e bravi nel suggerire ai politici le misure da adottare, vi hanno inserito di corsa, per attenuare l’indignazione dell’opinione pubblica non solo nazionale ma mondiale per i disastri da loro prodotti, dal momento che ne erano i responsabili e che hanno avuto decenni di tempo per intervenire, ma non l’hanno fatto. Ma hanno compiuto invece interventi destinati, come gli ultimi due decenni insegnano, ad ottenere risultati opposti, ad arricchire categorie tecniche, amministratori locali, ditte appaltatrici, a danno proprio delle opere artistiche ed archeologiche, dei beni culturali, ambientali, architettonici e paesaggistici. Con misure per lo più sensate e di sperato esito positivo ma comunque imprevedibile, il decreto introduce l’«Art Bonus» per il mecenatismo culturale, cioè la concessione di crediti d’imposta a chi compie donazioni a favore della manutenzione, protezione e restauro di beni culturali pubblici: musei, siti archeologici, archivi, biblioteche, teatri pubblici, fondazioni lirico sinfoniche. Impone ai soggetti beneficiari l’obbligo di comunicare mensilmente le erogazioni liberali ricevute, il loro ammontare e la loro destinazione, pubblicando questi dati anche nei siti web istituzionali; di creare nuove strutture per incentivare le donazioni; di semplificare le procedure di gara; di compiere interventi urgenti per realizzare il «Grande Progetto Pompei»; di costituire una Segreteria tecnica di progettazione composta da non più di 20 unità; di nominare un commissario straordinario per riassegnare gli spazi della Reggia di Caserta restituendola alla sua destinazione culturale, educativa e museale. E ancora: oltre alle disposizioni urgenti per il funzionamento delle fondazioni lirico-sinfoniche, si prevedono crediti fiscali per attrarre investimenti esteri in Italia nella produzione cinematografica ed audiovisiva; adozione, ogni anno, di un Piano strategico «Grandi Progetti Beni culturali», per far crescere la capacità attrattiva del Paese. E provvidenze per le periferie; per l’occupazione giovanile in istituti e luoghi pubblici della cultura; per la digitalizzazione, visibilità, promozione, commercializzazione, riqualificazione e accessibilità degli esercizi turistici. E un piano straordinario della mobilità turistica in particolare verso il Sud d’Italia; l’accelerazione del rilascio, da parte delle amministrazioni competenti, di nulla-osta, autorizzazioni, licenze, conferenze di servizi; realizzazione di itinerari moto-ciclo turistici, concessione in uso gratuito di case cantoniere, caselli, stazioni ferroviarie e marittime, fortificazioni e fari ad imprese, cooperative e associazioni di giovani sotto i 35 anni d’età; semplificazione della riproduzione e divulgazione delle immagini di beni culturali; nuove norme in materia di autorizzazione paesaggistica, facilità di accesso e consultazione di documenti; avvio di strutture turistico-ricettive con la sola segnalazione certificata di inizio attività; istituzione di manager museali per complessi di beni di eccezionale valore archeologico, storico, artistico o architettonico. Dinanzi alla seconda distruzione volontaria e moderna di Pompei e di molto altro ancora non così visibile, che cosa volevamo e vogliamo di più da un nuovo Governo e soprattutto da un nuovo e giovane ministro come Dario Franceschini? Ovviamente che una buona parte di questi programmi vengano realizzati. Comunque qualcosa si farà. Ma in un decreto così complesso, denso di iniziative, riguardante la cultura e l’economia e destinato ad essere attuato proprio dai massimi rappresentanti della pubblica amministrazione centrale e locale e della cultura nazionale, c’è un grande buco, immenso, clamoroso, che nessun direttore generale del Ministero, nessun sovrintendente - carica che ormai si affida ad affaristi e rappresentanti dell’ambiente mondano e della moda - ha fatto presente all’affaticato ministro sovraccarico di problemi e responsabilità: l’articolo 146 del decreto legislativo n. 42 del 2004, presuntuosamente definito Codice dei Beni culturali. Articolo rifilato dalla dirigenza all’allora ministro Giuliano Urbani, ritenuto una persona colta, per bene ed onesta, e per questo facile da ingannare. Quell’articolo consente agli architettucci delegati dai Comuni anche più sperduti d’Italia, ma carichi di vincoli panoramici, architettonici, archeologici ecc., di esprimere un «nulla osta» positivo sulla costruzione di un ecomostro, sulla realizzazione di un clamoroso mega-affare urbanistico, edilizio e finanziario; di inviare tale nulla osta al competente soprintendente che dovrebbe respingerlo se illegittimo entro 45 giorni; che di fatto consente a tali soprintendenti di non rispondere, per cui gli amministratori locali, dopo 60 giorni, rilasciano le licenze. E teoricamente o realmente si spartiscono l’enorme grisbi tra loro: amministratori, dirigenti coinvolti, soprintendenti, addetti vari e imprese private. Finora tutti zitti. Perché «al ministro non bisogna far sapere quanto arricchisce il vincolo con le pere». Ovviamente quelle marce.

Tags: Giugno 2014

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