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DIECI, CENTO, MILLE BRENNERI

L'editoriale di Victor Ciuffa

 

Secondo una celebre battuta, gli austriaci hanno due grandi pregi, aver fatto diventare austriaco Beethoven e tedesco Hitler. Il fatto che la suddetta battuta provenga dallo stesso Paese che ha Vienna per capitale depone a favore del sense of humour di un popolo che, ultimamente, sembra averlo perduto, almeno nella sua espressione politico-elettorale. Ma il fatto che il dittatore della Germania, e non solo, dal 1933 al 1945 fosse austriaco, dovrebbe far pensare.
Faceva pensare perfino la buonanima di Benito Mussolini, che dopo l’annessione all’Italia dell’Alto Adige alla fine della prima guerra mondiale, con il conseguente spostamento al Brennero del confine tra Austria e Italia, non smise mai di italianizzare il territorio assegnato dalla Conferenza di pace di Parigi del 1919. E anche quando l’alleanza con Hitler si fece più stringente, egli si guardò bene dal recedere da tale politica e men che meno dal rinunciare a quel confine. Chi prima dello scoppio della seconda guerra mondiale era bambino o ragazzo ricorda bene che il Brennero veniva visto dagli italiani come un baluardo di sicurezza e ciò che si trovava al di là come fonte di oscure ma concrete paure.
Poi sono arrivati i tempi di pace culminati nella simbolica cerimonia durante la quale, nel 1998, l’allora ministro dell’Interno italiano Giorgio Napolitano rimosse insieme al collega austriaco Karl Schlögl le barriere del Brennero per dare inizio ufficiale alla cosiddetta era Schengen, ossia alla realizzazione del sogno di viaggiare senza confini attraverso il vecchio continente. Ma oggi lo stesso Napolitano ripete: «Non è immaginabile che si torni indietro da quella storica decisione». Eppure la volontà del Governo di Vienna sembra andare in tale direzione, dopo l’annuncio del 12 aprile scorso dell’apertura di cantieri per la costruzione di un centro di identificazione di migranti.
A quel primo annuncio è seguito quello della costruzione di un «muro», poi diventato una «rete metallica lunga fino a 370 metri che comprenderà l’autostrada e la strada statale» (Repubblica del 27 aprile). Insomma una barriera volta a limitare l’afflusso di migranti provenienti dall’Italia, ma non solo di questi. Qualcuno ha provato a contare le perdite economiche che deriverebbero dal ripristino dei controlli alla frontiera: secondo Conftrasporto, l’associazione di trasporto e logistica di Confcommercio, il danno sarebbe di oltre 170 milioni di euro all’anno per il solo autotrasporto (un camion fermo costa a un’azienda 60 euro all’ora). Mentre il presidente della Federalberghi Alto Adige Manfred Pinzger avverte: «Nel 2015 il turismo altoatesino ha registrato 30 milioni di pernottamenti, l’ultimo inverno si è chiuso con un +5 per cento e le previsioni per l’estate fino a qualche settimana fa erano ottime. Siamo preoccupati», conclude.
Più che comprensibili dunque le proteste del Governo di Roma, accompagnate dalle reprimende dei vertici dell’Unione Europea, dagli ammonimenti del Papa. Ma al tempo stesso, poiché la politica è politica, subito è scattato il lavoro della diplomazia. Così l’odierno occupante della poltrona che fu di Napolitano (al Viminale), il ministro Angelino Alfano, dopo essersi incontrato con l’omologo austriaco Wolfgang Sobotka, dichiara: «Rafforzeremo il controllo dei flussi verso il Brennero, ma abbiamo ribadito il no al controllo austriaco in territorio italiano. Il ministro Sobotka ci ha detto che nessun muro sarà edificato. Dimostreremo che quelli dell’Austria sono soldi sprecati e che l’Italia non si fa spaventare da un gabbiotto».
Ribadito che «il blocco farebbe un enorme danno al turismo di entrambi i Paesi, all’import-export e al transito per ragioni di lavoro», il ministro dell’Interno italiano conclude: «Non prevediamo il rischio di grandi afflussi di migranti alla barriera del Brennero. Questo sulla base non di una teoria astratta, ma dei numeri: ad oggi sono 2.722 i migranti da noi fermati in Italia provenienti dall’Austria, e questo numero è superiore a quello di chi ha compiuto il tragitto inverso».
Dunque, secondo il Governo di Roma, il problema non è il Brennero ma Vienna, se continuerà nel proprio proposito. Da parte sua il baby-ministro degli Esteri austriaco (30 anni ancora da compiere) Sebastian Kurz, intervistato dal Messaggero il 20 aprile, snocciola altre cifre: «L’anno scorso abbiamo accolto 90 mila profughi, pari all’1 per cento dell’intera popolazione del Paese che ammonta a meno di 9 milioni di abitanti». E conclude: «Non possiamo continuare con questo ritmo, e per questo l’Austria ha dovuto reagire».
Se i numeri di Alfano e quelli di Kurz non sono opinioni (ma qualche dubbio è legittimo), attraverso quali altri passaggi sono arrivati gli oltre 87 mila profughi non transitati per il Brennero? Tarvisio? Carnia? Alta Pusteria? Passo Resia? E che cosa pensa Vienna di fare, di mettere un muro (o un suo equivalente) ad ogni possibile varco? Il Governo italiano sul controllo del fenomeno migrazioni qualche proposta l’ha avanzata, mentre in Austria al primo turno delle presidenziali ha trionfato il candidato più anti-migranti di tutti, Norbert Hofer, e il Parlamento ha approvato una legge che consente al Governo di dichiarare lo stato d’emergenza se il numero dei migranti dovesse improvvisamente aumentare, e di respingere la maggioranza dei richiedenti asilo direttamente al confine, anche se provenienti da Paesi in guerra come la Siria. Per l’Italia è stato importante ribadire che, a quasi cent’anni dall’istituzione del confine del Brennero, gli austriaci non torneranno a «sorvegliare» alcunché. E se, dalla loro parte, costruiranno imbuti e aree di controllo e smistamento, per un Brennero che si chiude, o che si stringe, altri varchi sicuramente si apriranno, al confine con l’Italia e non solo. Credere di fermare la storia è peggio di un errore, è un’illusione.

Tags: Maggio 2016

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