Il nostro sito usa i cookie per poterti offrire una migliore esperienza di navigazione. I cookie che usiamo ci permettono di conteggiare le visite in modo anonimo e non ci permettono in alcun modo di identificarti direttamente. Clicca su OK per chiudere questa informativa, oppure approfondisci cliccando su "Cookie policy completa".

QUO VADIS EUROPA?

La sconfitta della May in Gran Bretagna aggiunge allarmi per la situazione economica già in rallentamento nell’area dell’euro ma a quanto pare non riesce neppure in questo caso a suscitare una riflessione politica su cosa può e deve essere l’Europa che fra pochi mesi andrà, per giunta, alle urne.

Non a caso il vademecum stilato in modo unilaterale da Bruxelles nel caso di "no deal" prevede criteri destinati a disciplinare nell’emergenza i trasporti e i servizi finanziari. Con l’avvertenza per i Paesi membri a non instaurare rapporti bilaterali con la perfida Albione. È questa visione del ruolo europeo che non può più funzionare, troppo distante sia dal sogno di quanti hanno desiderato che dopo terribili guerre il Vecchio Continente si trasformasse in un’area di pace e di benessere, ma anche dagli scenari che si prospettano con questa globalizzazione, segnata da una competizione nella quale la posta in gioco fra Stati Uniti, Russia e Cina è una nuova egemonia mondiale.

La miopia degli alti burocrati europei però è tale per responsabilità degli Stati che ne hanno disegnato il profilo. Solo ora il presidente della Commissione Juncker si accorge che la politica di austerità nella recessione è stata avventata e che Bruxelles poteva fare di più in termini di solidarietà con la Grecia. Un pentimento davvero tardivo, al quale peraltro non fa seguito una rilettura degli errori compiuti a partire dalla sudditanza nei confronti della finanza e dei colossi multinazionali. Juncker si è infatti spinto solo ad osare un accenno critico verso il Fmi. È davvero troppo poco.

Più lungimirante invece è il presidente della Bce Mario Draghi che invita ad un impegno politico permanente. Perché la sorte dell’Europa non può che discendere da una ripresa dell’impegno politico che sappia rispondere ai sovranismi certo, ma soprattutto al crollo del valore dell’Europa sociale che vuol dire lavoro, dignità della persona, solidarietà operante nei confronti degli strati sociali più deboli.

L’Europa oggi appare come un vulcano di agitazioni, di violenze, di paure, di egoismi che convivono senza che ci sia una guida politica in grado di spegnere i fuochi che si accendono. Colpisce molto l’uccisione del sindaco di Danzica, cresciuto nella stagione coraggiosa e generosa di Solidarnosc, la cui morte spegne una speranza quanto mai importante in un Est europeo che cerca nei nazionalismi una risposta, sbagliata, alla esigenza di evitare nuove sudditanze economiche e sociali dopo la lunga stagione dello stalinismo. Oggi si paga un allargamento frettoloso dell’Unione europea proprio perché condotto con l’ambiguità di un processo che voleva essere di democrazia politica ma che al dunque è diventato terreno di conquista per le economie più forti. Non è questa l’Europa che può essere ancora utile al mondo.

Draghi ha ragione: impegno politico permanente: ma è proprio quello che latita. In Francia ci sono i gilet gialli, i nostri Cinquestelle se ne vanno in macchina a Strasburgo con lo slogan del cambiamento, ma dove sono finite le grandi forze politiche con radicamento popolare, riformiste, di ispirazione cristiana, di tradizione liberale? Il silenzio è assordante. A pochi mesi dalle elezioni non c’è uno straccio di programma politico per cambiare le regole europee, vera urgenza da soddisfare, al quale fare riferimento, con il quale confrontarsi. Soprattutto in campo riformista questo vuoto è incomprensibile sul piano europeo, viste le difficoltà in cui versano questi partiti ed il rischio reale di declino irreversibile. Da noi la situazione, se vogliamo, appare ancora più seria e non basta certo schierarsi per l’Europa per affrontare la corsa verso le elezioni. Anche perché il polso della situazione non lo si può avere senza un dialogo ed un lavoro comune con il vasto mondo che opera nel sociale, con i corpi intermedi. Si dovrebbe procedere come va di moda oggi per le opere pubbliche: proporre anche per l’Europa un esame di costi e benefici. Cominciando dalle speranze e dai valori dei giovani e dei lavoratori.

Giorgio Benvenuto

Tags: Gennaio 2019

© 2017 Ciuffa Editore - Via Rasella 139, 00187 - Roma. Direttore responsabile: Romina Ciuffa