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Enrico Letta, l’unico rammarico è che non sia arrivato prima

L'editoriale di Victor Ciuffa

 

Aveva molti più capelli di oggi, una dozzina di anni fa, l’attuale «giovane» presidente del Consiglio dei ministri Enrico Letta, ma certamente non aveva meno idee di oggi. Anzi era preparatissimo già allora ad affrontare situazioni, dal punto di vista economico, difficilissime come quella attuale, per l’Italia ma anche per l’Europa. Dopo essere stato ministro per le Politiche comunitarie nel Governo di centrosinistra capeggiato da Massimo D’Alema, nel 2000 era già ministro dell’Industria, Commercio, Artigianato e Commercio con l’Estero nel Governo capeggiato da Giuliano Amato; ma anche allora, sul finire del secolo scorso, l’economia italiana doveva fare i conti con i ripetuti aumenti dei prezzi del petrolio che ostacolavano un’incipiente ripresa interna.
A una domanda di Specchio Economico sulle prospettive economiche e produttive, Letta non diede una frettolosa risposta, ma elencò addirittura una nutrita ricetta per intervenire in vari settori, compiere alcune riforme, stimolare gli investimenti, fronteggiare l’inflazione, insomma rimettere in sesto la dissestata economia italiana. Ma un anno dopo la situazione politica era cambiata, alla maggioranza di centrosinistra era subentrata quella di centrodestra e al Governo era tornato Silvio Berlusconi. Passato all’opposizione, Enrico Letta  diventò responsabile economico del proprio partito, la Margherita.
Pur essendo notevolmente diversa da quella odierna, la situazione economica non era certo priva di preoccupazioni; anzi si registrava una vera e propria crisi, sia pure non dell’estensione e della durata di quella attuale che è stata favorita dalla globalizzazione dei mercati. Per cui nel 2004, a metà del percorso del lungo Governo di centrodestra, Specchio Economico ritenne di consultare nuovamente l’on. Letta, ritenuto uno degli esponenti più obiettivi, preparati e autorevoli della Margherita-PD nel settore economico.
La domanda postagli fu semplice: «Qual è il suo giudizio sulla situazione economica attuale e sulle prospettive di ripresa?». Ecco quello che rispose, con saggezza, preveggenza e prudenza, colui che avrebbe dovuto assumere la guida del Governo e dell’intera Italia nella fase più drammatica dal punto di vista economico, sociale e politico, vissuta dagli italiani forse dalla Liberazione ad oggi; certamente più anomala  di quella che vide il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica. L’ha dimostrato il fatto che, contrariamente a tutta la storia del dopoguerra, a tutte le vicende politiche succedutesi in 70 anni, un Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, a quasi 88 anni di età, alla fine del proprio settennato, è stato costretto ad accettare un’inedita rielezione pur di contribuire ancora a trarre il Paese fuori dalla palude.
L’affidamento dell’incarico di formare un nuovo Governo sostenuto da uno schieramento ritenuto impossibile fino a quel momento, al «giovane» Enrico Letta ha sorpreso certamente molti italiani, soprattutto i più giovani. Tanto più che la memoria collettiva sta diventando sempre più corta a causa della perduta consuetudine allo studio, alla lettura, all’approfondimento degli italiani, e alla contrapposta dilagante e inarrestabile azione distraente della televisione.
«Siamo in presenza di una crisi economica internazionale  molto profonda che soprattutto dura ormai da tempo. È una crisi economica che ha forti legami con la politica. È derivata dagli avvenimenti internazionali, dall’attentato alle Torri gemelle di New York dell’11 settembre 2001, dall’invasione americana dell’Afghanistan, dalla guerra all’Irak, dalla perdita complessiva di fiducia registratasi nei mercati occidentali e che in Italia è stata aggravata dalla crisi della Cirio e della Parmalat–rispose Letta–. Stiamo assistendo a un momento di grande difficoltà per l’economia italiana, accentuata per di più negli ultimi anni dalla forte concorrenza che i Paesi in via di sviluppo esercitano sui nostri prodotti».
Una diagnosi sincera, lucida: mentre alcuni Paesi europei avevano puntato a tenere i salari più bassi anche a costo di raffreddare lo sviluppo economico, ed altri avevano puntato a quest’ultimo anche a costo di favorire un tasso di inflazione più elevato, l’Italia che cosa aveva fatto? «Non è riuscita a stabilire una propria linea di politica economica, e ha finito per subire un’inflazione più alta della media ma con la crescita più bassa».
Ecco quindi la ricetta allora suggerita da Letta: aiutare le imprese, cambiare il modello di sviluppo, puntare sull’innovazione e sulla qualità, aggiornare il modo con il quale produciamo, le dimensioni delle nostre imprese, il loro rapporto con i centri di ricerca, la loro presenza sui mercati internazionali; non sostenere i settori che saranno sicuramente perdenti dinanzi alla concorrenza cinese, ma aiutare le aziende ad incamminarsi nella strada della qualità».
Abbiamo visto tutto quello che nel nuovo secolo hanno fatto i governanti italiani, la linea di politica economica che in tutti questi anni hanno adottato, o meglio che non hanno adottato. Il relativo benessere raggiunto dagli italiani è servito loro per alimentare il mito della quinta potenza industriale ed economica del mondo; per diffondere un orgoglio basato su un made in Italy di nicchia; per mantenere generazioni di figli a casa fino a 30-35 anni; per immettere nel mercato del lavoro schiere di «laureati di guerra in tempo di pace», ma lontani anni luce da quei reduci costretti a subire sacrifici, servizio militare, studi interrotti, formazione ostacolata, e primordiali bisogni  da soddisfare; e per illudere milioni di immigrati.
Quell’epoca è finita e proprio l’arrivo a Palazzo Chigi di un «giovane» come Letta dimostra il tramonto di tali miti: la fine di un’epoca che però egli deve gestire in un mondo politico che ha subito una rivoluzione solo a metà; sono ancora troppi i sopravvissuti al passato che pretendono addirittura di gestire il futuro. Il loro contributo all’azione pubblica è solo di ostacolo al rinnovamento, che non consiste affatto nel riformare la Costituzione, perché la verità è che sono smaniosi di riformare appunto la Costituzione per non riformare proprio nulla.
Nella battaglia per il rinnovamento non ci sono solo il movimento di Beppe Grillo e tanti altri italiani in attesa. Ma anche Enrico Letta, se lo riteneva indispensabile già vari anni fa; c’è da rammaricarsi che non sia arrivato prima.      

Tags: Giugno 2013

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