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GIAN GUIDO FOLLONI, ISIAMED: AFRICA ED EUROPA, COME RAFFORZARE LA COOPERAZIONE?

XXVII Economic Forum. Krynica Zdrój, Polonia, 5-7 Settembre 2017
Titolo del Panel : “Africa–Europe”: how to strengthen the Cooperation?

Intervento di GIAN GUIDO FOLLONI, presidente dell'IsiameD, Istituto italiano per l'Asia e il Mediterraneo
Politico e giornalista italiano, già Ministro della Repubblica per i Rapporti con il Parlamento

Prima che sul “come” è utile riflettere sul “perché” di una cooperazione tra l’Europa e l’Africa. Ci sono ragioni umanitarie e ci sono ragioni geopolitiche. Le prime sono evidenti e testimoniate dal flusso di migranti che per varie e note ragioni abbandonano il loro paese e cercano di arrivare in Europa. Tanti arrivano. Molti muoiono lungo il percorso o nella traversata del Mediterraneo. Le seconde riguardano lo sviluppo e la pacificazione del continente africano come condizione per la sicurezza e la pace ai confini dell’Europa.

Nel 2016 sono arrivate via mare in Italia circa 180.000 persone. 97.293 nei primi sette mesi del 2017. Il 90% è partito dalla Libia, mentre il restante 10% proviene dall’Egitto e dalla Tunisia. La maggior parte di loro proviene dall’Africa subsahariana. Dal Senegal, Gambia, Guinea, Nigeria e Costa d’Avorio. I migranti si spostano prima in Mali e nel Niger e da qui tentano l’arrivo alla frontiera libica. Questa migrazione dura da anni. È una fuga da massacri, guerre, fame e sete. Nessuno scappa volentieri dalla terra in cui è nato se non per disperazione e mancanza di futuro. Secondo le stime dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, il 54% della popolazione rientra nella fascia della povertà. Il Presidente dell’African Development Bank, in visita a Roma, ha ricordato che un terzo dei 230 milioni di giovani africani è disoccupato o scoraggiato, un altro terzo ha un’occupazione precaria, mentre solo 1/6 ha un’occupazione salariale stabile.
Eppure l’Africa è un continente in crescita.

La media di sviluppo del continente, nel suo complesso, è del 5% circa. L’Etiopia, che negli anni ottanta aveva affrontato una drammatica carestia con un milione di morti, ha un ritmo di crescita annuo fra l’8 e il 10 %. Ma non è il solo Paese con risultati così positivi: la Costa d’Avorio ha un tasso di sviluppo dell’8,5%, la Tanzania del 6,9%, il Senegal del 6,6%, il Kenya del 6%, la Nigeria del 5,4%. Le risorse naturali di cui l’Africa dispone sono notevolissime: immensi giacimenti energetici; il 50% delle riserve mondiali di cromo proviene dal Sudafrica; il cobalto, destinato a diventare essenziale per il crescente mercato delle auto elettriche, proviene al 60% dal Congo. E ancora, miniere di oro e diamanti, immense possibilità di sviluppare energie alternative, mentre in Africa troviamo il 60% delle terre arabili. Il continente è anche dotato di risorse intellettuali molto qualificate, tanto da aver ottenuto ben venti premi Nobel in soli cinquanta anni d’indipendenza.

Possiamo dire che l’Africa è un continente ricco con una popolazione povera. USA e Cina sono le due potenze che più attivamente operano in Africa. La loro può essere definita una simmetrica penetrazione da ovest e da est. Si propongono come partner, con ampi investimenti. L’azione americana è di più lunga data. Quella cinese, più recente. Ma nel 2005 l’export cinese verso l’Africa ha superato quello USA e nel 2010 il commercio cinese globale con l’Africa ha raggiunto e poi superato quello americano.

Pur con differente uso di hard e soft power, queste due superpotenze economiche hanno precise strategie d’intervento. La Cina investe in terre coltivabili, miniere e infrastrutture. Sta realizzando la prima ferrovia trans africana che collega Atlantico e Oceano Indiano. Nel 2013, trentamila giovani africani hanno studiato in università cinesi, anche grazie a borse di studio per 1,5 miliardi di yuan. Ancora un dato: il 70% degli aiuti americani è dedicato alla sanità; il 70% di quello cinese alle infrastrutture. Alcuni analisti ritengono che l’Africa sarà il terreno di una nuova guerra fredda proprio tra USA e Cina. Altri, gli ottimisti, pensano che le due strategie non saranno necessariamente conflittuali e che nel secolo attuale esse saranno partner della crescita dell’Africa. Questa tesi risale alla presidenza Clinton ed è stata ripetuta negli anni delle presidenze di Obama. Delle due strategie e del loro competere i Governi africani sono entusiasti. Le popolazioni, invece, le considerano forme di neo colonialismo.

A fronte di tutto questo, l’Europa si presenta divisa. Nonostante le speranze suscitate alla metà degli anni 70 dalla Convenzione di Lomé, la cooperazione europea non vanta grandi successi. Nel 2000 la Convenzione è stata sostituita dall’accordo di Cotonou. Riguarda le relazioni con 79 Paesi, fra cui 48 dell'Africa sub sahariana. Si tratta dell'accordo di partenariato più completo tra paesi in via di sviluppo e l'UE: cooperazione allo sviluppo, cooperazione in campo economico e commerciale, dimensione politica. Cinque anni prima, con la Dichiarazione di Barcellona, fu avviato il partenariato euro- mediterraneo. Pochi anni dopo fu lanciata l’Unione del Mediterraneo. Oggi, a distanza di pochi lustri, dobbiamo ammettere che questi accordi sono tanto ricchi di contenuti teorici quanto fallimentari per risultati. I fatti sono di fronte a noi. Il Mediterraneo, anziché unire le due sponde, è oggi ridotto a uno spazio turbolento, tragico, fonte di problemi e di contenziosi. Pensavamo all’Unione e abbiamo avuto il fenomeno maldestramente descritto come Primavere arabe. Lo stesso si può dire per il Corno d’Africa, oggetto di molte politiche di cooperazione. L’Africa sub sahariana è la terra di partenza del più colossale processo migratorio della storia. Suona come un paradosso: le migrazioni si riversano verso l’Europa, suscitando tra le popolazioni dell’Unione solo moti di rigetto e xenofobia.

È mia opinione che se si vuole cercare una ragione a tanto fallimento, di fronte a tanto dichiarato impegno, occorre guardare alla mancanza di unità politica dell’Europa. L’Europa incompiuta politicamente ha prodotto e sta producendo più danni che soluzioni. Di questa divisione e del conseguente strabismo politico, la Libia è il caso più clamoroso. Non serve la fantasia per capire che Italia e Francia hanno operato in Libia con due diverse e opposte strategie. Con la Francia pronta a mutare nel 2011 l’azione militare di no-fly zone a protezione della popolazione, in un’azione finalizzata al regime change. Un cambio mai discusso in sede europea cui ha dato supporto, nella relativa indifferenza degli altri paesi, solo la Gran Bretagna, che di lì a poco si sarebbe chiamata fuori dall’Unione.

Ne è sortito un intervento armato senza alcuna visione politica. Oggi la Libia non è stabilizzata ed è difficile definirla più democratica di allora. Il fondamentalismo e il terrorismo ne hanno fatto terreno di reclutamento e di addestramento. A distanza di sei anni, la divisione europea è ancora più evidente nel supporto che le diverse nazioni europee danno a governi, o sedicenti tali, tra loro in contrasto, che oggi esistono in Libia. Essa è oggi in gran parte un territorio fuori controllo, campo libero nelle mani di bande e profittatori che lucrano denaro dal traffico dei migranti.

Anche le migrazioni sono frutto del fallimento europeo. Se quarantadue anni dopo la convenzione di Lomé tanta gente è in fuga da quel continente, la nostra cooperazione non ha successi da vantare. Non è improprio sostenere che l’Europa è passata dal vecchio colonialismo all’abbandono. Per molti anni si è disinteressata a una vera cooperazione Nord – Sud a favore di quella Ovest-Est. La seconda motivazione del “perché” di una cooperazione UE–Africa è la pacificazione del continente africano come condizione per la sicurezza e la pace ai confini dell’Europa. Quest’obiettivo è oggi più lontano che mai.

Dedicherò poche parole a indicare che cosa a mio parere è necessario fare per rafforzare la Cooperazione tra Europa e Africa. Anche perché tanto e di “buona letteratura” è già stato scritto negli Accordi citati e non è fatica riprenderlo. Cotonou scade nel 2020. È l’ora del suo rinnovo, ma serve un’energia politica diversa per parte europea. Il problema è l’Europa che non c’è. Intendo precisamente dire che se l’obiettivo è una maggiore cooperazione tra Europa e Africa, il primo passo è tutto interno all’Europa e ha un nome preciso: unità politica. Senza di essa l’Europa non esiste, se non come estensione sul continente euroasiatico dell’atlantismo figlio della seconda guerra mondiale. Uno schema vecchio di quasi un secolo, del tutto inadeguato al mondo contemporaneo.

Si dovrebbe ammettere che dopo sessanta anni non siamo “Europa”, ma ancora le nazioni in parte vincitrici e in parte perdenti del 1945. Divise allora e divise oggi. Nel mondo nuovo, con i suoi equilibri in costruzione, teso verso l’economia a “zero confini”, propria dell’economia digitale, l’Europa dovrebbe rompere e non fare da custode ai vecchi confini fissati a Yalta. Dovrebbe aprire ai vicini a Est e a Sud con politiche di partenariato e di amicizia. O l’Europa sarà questo o non sarà nulla. Altrimenti è difficile dare obiettivi alla cooperazione. Possiamo fare azioni filantropiche. Sono tutte apprezzabili ma da sole non portano allo sviluppo di un continente. Che cosa fare? Come?

Indico tre obiettivi di azione:
1. Politica europea unitaria di sicurezza per il Mediterraneo. Non si fa con incontri intergovernativi ma con un comando unico delle forze militari.
2. Partecipare alla nuova infrastrutturazione del continente africano. La bandiera Europea e non quelle nazionali per strade, ferrovie, dighe che offriamo allo sviluppo dell’Africa.
3. Partenariato istituzionale. Più strutturato, unitario, operativo e concreto dei vertici ministeriali e delle “troike” indicati nell’Accordo del 2000, rispetto ai quali, appare già più valido il Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC).
Nella realtà dell’UE di oggi, possono sembrare obiettivi lontani. Non lo nego.
Per questo la mia conclusione è semplicissima: per cooperare con l’Africa bisogna costruire prima l’Europa politica.

di GIAN GUIDO FOLLONI, presidente IsiameD.

IsiameD è una management company dedicata all'innovazione digitale del sistema produttivo e sociale italiano. Produce innovazione digitale per valorizzare il modello tipico di azienda italiana e lo fa partendo da un pragmatico ascolto dei protagonisti, con un check digitale che rileva le competenze della governance, il modello organizzativo, il dialogo digitale del core business, la gestione del ciclo del credito. L’ascolto delle persone e l’analisi del sistema tipico di ogni azienda, consentono la produzione di un modello digitale e il raggiungimento degli obiettivi di «creazione di valore» e «attualizzazione dell’identità nell’economia digitale».
 
 
 

 

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