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*Speciale Droni* Michele Feroli: skyrobotic, anche sotto i 25 chili i droni aiutano molto i professionisti

Michele Feroli, sales and marketing manager di Skyrobotic

Skyrobotic, costituita un anno e mezzo fa da Italeaf, primo company builder italiano quotato sul Nasdaq First North, e da Siralab Robotics, si è imposta come riferimento industriale del settore civile e commerciale. In pochi mesi ha valorizzato il brand e fidelizzato clienti di primo piano. E ora guarda all’estero per crescere ancora.

 

Costituita nel dicembre 2013 e parte del gruppo Italeaf, Skyrobotic è attiva nella produzione industriale di sistemi a pilotaggio remoto sotto i 25 kg. Progetta, sviluppa e produce tutte le componenti del velivolo inclusa l’elettronica di volo, la stazione di terra, il firmware e il software di missione. Michele Feroli, co-founder e responsabile dell’area sales e marketing di Skyrobotic, ce ne parla.


Domanda. Di cosa si occupa la Skyrobotic?
Risposta. Skyrobotic è nata da un processo di «company building» grazie all’incontro tra Italeaf, operante nei settori del cleantech e dell’industria innovativa, e Siralab Robotics. La missione del gruppo Italeaf è quello di sviluppare nuove società innovative, valorizzando le proprie competenze finanziarie, industriali e di apertura al mercato dei capitali, anche grazie alla quotazione sul mercato Nasdaq First North di Stoccolma, la capitale più attiva d’Europa nel settore startup. Siralab Robotics, invece, nata nel 2006 come centro di eccellenza nelle tecnologie Unmanned, ha contribuito con un’esperienza decennale nel settore dei droni, cominciata come spin off dell’Università di Perugia, partecipando a primari programmi UAS nel campo della difesa, e numerose attività di ricerca in campo civile, con il proprio know how tecnologico e con la sua attività di engineering. Da questa unione virtuosa è nato il primo operatore industriale italiano indipendente del settore dei sistemi aerei a pilotaggio remoto per le applicazioni civili e commerciali, che ha come obiettivo quello di imporsi come un player di riferimento di dimensione europea. Oggi Skyrobotic è controllata al 66% da Italeaf ed è partecipata Siralab Robotics (24%) e da un gruppo di imprenditori e soci privati (10%) entrati nella compagine azionaria in occasione dell’ultimo aumento di capitale. Questo processo ha già generato una consistente creazione di valore: l’azienda ha un capitale sociale di 2 milioni e mezzo di euro, le sue azioni sono scambiate a un valore doppio di quello iniziale, ha chiuso il suo primo bilancio con un piccolo utile. Il 2014 è stato l’anno dello sviluppo e dell’industrializzazione: abbiamo messo in commercio una piattaforma multiruolo nella categoria «under 25 kg», che si adatta a varie applicazioni e a numerosi scenari, dalla geomatica, alla homeland security, dall’agricoltura di precisione al controllo di infrastrutture e impianti di energia e oil&gas. Dopo aver qualificato clienti di elevato standing che hanno lavorato accanto a noi come «beta tester» d’eccellenza, stiamo potenziando la parte commerciale e stiamo iniziando a fare operazioni all’estero, quindi a strutturare in modo più consistente il core business dell’azienda che ha una vocazione orientata alla parte alta della catena del valore. Skyrobotic infatti produce apparati per varie applicazioni proponendosi come soluzione ottimale per i professionisti del lavoro aereo a livello internazionale.


D. In cosa si distinguono i vostri prodotti da quelli delle altre società?
R. Per rispondere bisogna premettere che oggi il segmento della produzione di droni si divide in due grandi aree: una è quella dei prodotti derivati dal settore consumer o amatoriale dei quali c’è stata un’enorme diffusione a livello mondiale. Sono innumerevoli le società che producono droni assemblati, tipicamente formate da poche persone che può darsi abbiano anche altre attività e che sostanzialmente acquisiscono componentistica «consumer» sui siti internet che poi assemblano creando un drone che noi definiamo un derivato di kit. Poche, invece, sono le aziende con massa critica superiore, che hanno controllo di design e un’engineering interna e che sviluppano la parte avionica o il software, quindi più propriamente prodotti dove si ha il controllo di tutto il presidio tecnologico e si fornisce un servizio di assistenza tecnica con personale altamente competente. Le differenze macroscopiche sono legate al controllo di design: da un lato c’è una famiglia di prodotti «entry level» con funzioni focalizzate sulle riprese di videoclip, diffuse nel mercato hobbistico, che dispongono di componentistica di cui l’operatore non controlla l’evoluzione e che può essere tolta di produzione in modo repentino, e che, infine, vengono commercializzati senza alcuna assistenza o customer care post-vendita. Questo tipo di apparati fanno inoltre uso di software «open source», risorse pur valide, ma che richiedono un approccio molto complesso, quasi da «smanettoni»: immaginate per esempio il topografo che usa un drone per fare rilevamenti sul territorio e deve affrontare un problema consultando sui forum come la community lo ha risolto. Sono quindi dei segmenti completamenti diversi, uno a metà tra il settore hobbistico e delle attività semplificate di lavoro aereo; l’altro è dedicato alle operazioni specializzate, con aspettative proprie di un prodotto industriale di gamma elevata e che ha una continuità nel tempo. Il nostro cliente ha esigenze elevate e professionali: vuole poter acquisire questa strumentazione e queste tecnologie da società che sono strutturate per seguire l’intero ciclo di vita del prodotto, l’assistenza, la manutenzione, quindi quello che ci si aspetta tipicamente quando ci si compra un prodotto industriale. Inoltre, ad esempio nel settore security, i nostri clienti hanno dei plus come il controllo di design che impediscono l’accesso ai dati o altri rischi a terze parti.


D. Quale elemento innovativo avete introdotto in uno dei campi più sviluppati, l’aerofotogrammetria?
R. Il nostro drone multiruolo dispone di un allestimento specifico per l’aerofotogrammetria, con funzioni e payload dedicato. Abbiamo poi implementato delle tecnologie uniche che riteniamo abilitanti per alcune delle applicazioni che ci stanno dando ampia soddisfazione, quelle per la geomatica e la protezione civile. Ad esempio, proprio in merito alla precisione e velocità del rilievo abbiamo sviluppato fra i primi al mondo la RTK, Real Time Kinematic, che consentono di creare un data set di foto la cui georeferenziazione diretta è centimetrica. Si tratta di una soluzione altamente innovativa perché finora per creare una mappa topografica bisognava eseguire una serie di foto e prendere dei punti a terra di controllo a terra, un’attività molto più lunga e complessa rispetto al volo del drone, quindi si perdeva il vantaggio delle tempestività e velocità del rilievo.


D. Solo voi fate questo?
R. Siamo stati fra i primi nel mondo ad implementare questa tecnologia e in Europa siamo gli unici sul multicopter. L’abbiamo sviluppata con la collaborazione di Topcon, una delle prime società mondiali nella strumentazione per la geomatica. Questo tipo di soluzione permette di migliorare anche i servizi per l’agricoltura di precisione: il drone può diventare un mezzo di supporto per le decisioni dell’agronomo in merito a trattamenti e raccolta con l’ausilio di una «suite software» che acquisice i dati e li incrocia generando un quadro d’insieme che guida gli agronomi nella creazione delle mappe di prescrizione. In Umbria questo l’abbiamo tradotto nel progetto «Geocare», primo cluster italiano di «precision farming». I droni eseguono un flusso di lavoro, identificato nel periodo della coltivazione: vengono acquisite immagini aeree mediante sensori che analizzano lo stato di salute della vegetazione facendone un check up, infine queste informazioni vengono incrociate con altri dati raccolti a terra per essere convogliate nella suite software generando un quadro complessivo da cui si trae una mappa di prescrizione che identifica in modo molto mirato come e in quali aree intervenire. Ciò consente di risparmiare notevolmente sull’uso di acqua, fertilizzanti e pesticidi con un’ottimizzazione complessiva della gestione di quella coltura. Si spende meno per un prodotto che sarà più buono perché la qualità aumenta ed è più ecosostenibile.


D. Un drone può essere anche affittato? Può essere gestito autonomamente o si ha bisogno di un tecnico o di un corso per imparare?
R. Può essere affittato ma è sempre un aeromobile, quindi chiunque decida di dotarsi autonomamente di questi apparati deve sapere che va usato all’interno di una determinata regolamentazione che prevede, tra le altre cose, l’identificazione come operatore da parte dell’Enac, un’assicurazione per responsabilità civili e un percorso di addestramento senza il quale l’utilizzo avviene nell’illegalità. Oggi dire che si fa lavoro aereo con i droni significa anche attenersi al quadro normativo di riferimento.

D. Come volete posizionarvi e qual è il valore aggiunto che fornite?
R. Dal punto di vista del posizionamento, produciamo un sistema sotto i 25 chili, quindi non un aeromobile di grandi dimensioni, e per una fascia di prodotto orientata al lavoro aereo di professionisti quali grandi aziende, enti governativi e clienti retail: passiamo dal professionista al cliente istituzionale. Il segmento è quello di un apparato classe mini-micro, quindi un target di mercato che si posiziona sotto i 50 mila euro come prezzo base, poi dipende molto dalla sensoristica. Per esempio, un nostro kit per l’areofotogrammetria si aggira intorno ai 20 mila euro, una fascia di mercato che non è tanto lontana da quella che i professionisti già in qualche modo identificano per uno strumento professionale; una stazione totale per la topografia - ad esempio - è posizionata più o meno in quella fascia di prezzo. Le applicazioni e quindi i mercati di riferimento sono proprio quelle verticali di geomatica, agricoltura, cinema broadcasting, protezione civile. Il nostro prodotto, che si posiziona in una fascia di medio-alta gamma dal punto di vista delle prestazione delle funzionalità automatiche e delle tecnologie uniche, come l’RTK. Dal punto di vista aziendale i valori che offriamo sono supporto e assistenza nell’intero ciclo di vita del prodotto.

D. Che autonomia hanno i vostri droni, sia di volo che di chilometri?
R. In genere un sistema a decollo verticale ha un’autonomia di 40 minuti. Abbiamo inoltre implementato una serie di accorgimenti che consentono il volo in piena sicurezza per essere «compliant» con le normative di settore: un sistema di ritorno sicuro alla base e, in caso di rischio elevato, un sistema di terminazione del volo. Caratteristiche che hanno permesso ai nostri clienti di essere abilitati anche per scenari operativi critici misti.

D. Fino a che altezza può alzarsi?
R. Tecnicamente possono superare anche i 3 mila metri. Come raggio operativo il nostro sistema, ad esempio nella configurazione per la protezione civile, arriva quasi fino a 10 chilometri. È ovvio che entrano in gioco limitazioni normative: oggi il limite operativo è più legato a una normativa che identifica delle zone ben precise in cui effettuare il rilievo rispetto al punto in cui si decolla, piuttosto che ai limiti fisici del velivolo. L’altezza minima che può raggiungere, invece, dipende dalla tipologia di sensoristica installata. Oggi ci sono anche dei sistemi di surface following che rilevano la presenza del suolo e consentono di rimanere a una distanza prefissata.

D. Per evitare gli urti?
R. In questo caso si parla di sistemi di «collision avoidance», elusione delle collisioni, che oltre a rilevare il suolo rilevano anche possibili ostacoli. Queste tecnologie però non si sostituiscono ad una buona pianificazione del volo: sensoristica e tecnologia sono d’aiuto ma non sostituiscono la cognizione del territorio da parte di un operatore, che permette di identificare possibili criticità come il cavo dell’alta tensione o la vegetazione, ed effettuare delle pianificazioni per una valutazione che mitighi il rischio in tutte le sue componenti.

D. Tra qualche anno ci sarà bisogno di autostrade dei cieli. Come si pensa di risolvere questo problema, anche perché prima o poi i droni diventeranno di uso comune e accessibili a tutti?
R. Come avviene spesso nell’aviazione, cui afferisce il settore dei droni, le cose avvengono per gradi. Non è un caso che oggi abbiano avuto diffusione così forte sistemi di tali dimensioni sotto i 25 chili, che normalmente esprimono il loro vantaggio operativo condizioni di prossimità in termini di quote e raggi operativi. Come non è un caso che ad oggi l’Enac abbia stabilito che questi apparati debbano essere utilizzati in condizioni in cui rimangono a vista dell’operatore che può intervenire in qualsiasi momento. Questo perché è la condizione più mitigata dal punto di vista del rischio: il drone rimane in una certa area per essere facilmente controllabile, si applicano delle limitazioni nell’utilizzo dell’apparato e si fa esperienza. Man mano che si accumulano ore di volo si sbloccano altri scenari operativi anche grazie a nuove tecnologie ad hoc.

D. Come vede il futuro prossimo?
R. Già adesso ci sono gruppi di studio che si pongono il problema di quando si dovrà operare con un drone a 30 chilometri, e anche noi cerchiamo di dare il nostro contributo. Ciò avverrà sicuramente, ma per gradi: arriveremo ad un punto in cui questi sistemi avranno dei corridoi specifici e ci saranno delle tecnologie che consentiranno di fare quello che si fa attualmente su un aereo di aviazione civile, saranno dotati di sensoristica o di microtrasponder che consentiranno di sapere qual è la posizione di un altro drone che si trova nella stessa zona o che andrà ad intercettare quella rotta, e saranno implementate tutte quelle tecnologie oggi oggetto di studio sia nel mondo della ricerca che da parte dei produttori di Apr.

D. Quante assicurazioni ci sono?
R. Le grandi compagnie italiane non si sono ancora adeguatamente attrezzate per supportare la crescita impetuosa di questo settore. Complice l’incertezza normativa e l’assenza di una serie storica sui livelli di incidentalità, non hanno ancora predisposto prodotti dedicati a misura di operatori industriali. Abbondano invece le offerte di broker dirette agli operatori e ai clienti che vogliono assicurare l’utilizzo con una formula di responsabilità civile, attingendo dall’estero. In quanto società che produce Apr con impostazione e processi aeronautico e industriali, abbiamo delle esigenze legate più all’assicurazione del prodotto e dei processi produttivi.

D. E quale assicurazione utilizzate?
R. Per ora ci siamo affidati con soddisfazione ad un broker italiano, con una importante storia nel settore navale e aeronautico da diporto che fa riferimento a grandi gruppi inglesi, che in ambito europeo hanno sviluppato prima di altri prodotti assicurativi in ambito aeronautico e chiaramente adesso si stanno concentrando sul settore dei Sapr, avendo già iniziato ad avere delle formule specifiche per i produttori. Oggi abbiamo molteplici clienti operatori ai quali forniamo, grazie all’accordo con questo broker, un’offerta «chiavi in mano» comprendente responsabilità civile verso terzi e Casko. Un vantaggio competitivo che deriva dallo standing produttivo che abbiamo raggiunto, dall’affidabilità dei nostri sistemi e dalla valorizzazione del brand.

D. Quali sono i Paesi esteri che vi interessano?
R. Sicuramente ci sono dei Paesi che hanno avuto prima di altri la visione di strutturare una normativa che consentisse l’uso di questi apparati, come il Canada, in parte gli Stati Uniti, aree del Sud America come il Cile o il Brasile. Abbiamo già venduto apparati in Svizzera, ci prepariamo alla prima fornitura in Sudafrica. Abbiamo ricevuto importanti manifestazioni d’interesse da Israele e da operatori del settore security che vogliono utilizzare i nostri droni in scenari di protezione di obiettivi sensibili. Ci interessa molto la Gran Bretagna, dove il gruppo Italeaf ha una sede operativa, oltre ai Paesi scandinavi che stanno crescendo moltissimo nell’applicazione dell’innovazione anche in settori di frontiera e dove Italeaf è quotata in Borsa.

D. L’Italia in che posizione si trova?
R. Anche in questo caso l’incertezza normativa non ha favorito lo sviluppo impetuoso del mercato che c’è stato in altri Paesi, come la Francia o la Germania. A questo si aggiunge il fatto che in Italia non è semplicissimo fare operazioni «capital intensive» su tecnologie ad alto valore aggiunto.

D. Per mancanza di soldi?
R. L’ utilizzo tradizionale dello strumento del «venture capital» per iniziative industriali, come avviene negli Usa, in Israele o in altri Paesi d’Europa purtroppo non è ancora decollato in Italia nella stessa misura. Per questo il modello originale di company builder proposto da Italeaf è un unicum che può segnare una forte innovazione del settore degli investimenti industriali «greenfield» in comparti ad alto contenuto tecnologico. Oggi Skyrobotic, per come è configurata, è riuscita in breve tempo a generare una serie di asset che le consentono di essere fra le società di riferimento europee su questo settore, almeno per la classe di riferimento sotto i 25 chili. Non abbiamo raggiunto le dimensioni di colossi multinazionali del consume rcome DJI o Parrot, ma abbiamo tutte le carte in regola per diventare un player indipendente di livello europeo in una fascia di mercato - quella professionale e di alta gamma - che sa riconoscere il contributo tecnologico e i plus garantiti dalla copertura di un segmento più ampio della catena del valore dei droni.

Tags: Luglio Agosto 2015

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