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*SPECIALE GIUBILEO* Policlinico Umberto I di Roma: il suo ruolo nella gestione degli eventi critici e delle emergenze sanitarie

DOMENICO ALESSIO direttore generale del Policlinico Umberto I

Si è svolto l’11 novembre scorso un convegno organizzato dal direttore della Scuola di perfezionamento per le Forze di Polizia Gian Carlo Pozzo, con la collaborazione del Medico Capo della Polizia di Stato Pina Spingola, sul tema «Le emergenze sanitarie nelle emergenze della sicurezza: sanità pubblica, delle Forze di Polizia e delle Forze Armate». All’iniziativa hanno partecipato la Protezione civile, i Vigili del fuoco, esponenti della sanità ospedaliera, l’Ares 118, i vertici della Sanità delle Forze di Polizia e delle Forze Armate. Dal confronto è emerso che la gestione degli eventi critici e delle emergenze sanitarie determini in ogni ambito operativo un cambiamento delle normali procedure e dei comportamenti abituali. Di conseguenza, diventa determinante la stretta collaborazione tra le parti attive nei vari scenari contemplati. Il Policlinico Umberto I è ampliamente significativo nel contesto della sanità romana, regionale e nazionale, si pone come il più grande ospedale universitario d’Europa e, come tale, si organizza per affrontare e fronteggiare le emergenze e le maxi-emergenze che possano interessare la Capitale.
Con circa 140 mila accessi al Pronto Soccorso ogni anno, esso è storicamente attrezzato per gestire qualsiasi tipo di emergenza. Non a caso la chirurgia d’urgenza è giunta a Roma nel febbraio del 1968 proprio al Policlinico Umberto I, con Silvano Becelli, allievo del grande chirurgo Pietro Valdoni. Il Dipartimento di emergenza e accettazione (Dea) è stato invece costituito nel 1997. La collocazione geografica del Policlinico Umberto I, ospedale di riferimento della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università La Sapienza, è in stretta vicinanza con due importanti stazioni ferroviarie - Termini e Tiburtina - e con un elevato numero di altri obiettivi sensibili - istituzionali, storici, religiosi e diplomatici - collocati nel centro di Roma, per cui si pone come riferimento obbligato in caso di maxiemergenze, anche di tipo terroristico.
Il sistema di emergenza del grande ospedale, quindi, si articola nel Dea Centrale di II livello, dove giungono i pazienti di maggiore gravità e negli altri Pronto Soccorso satelliti (pediatrico, ostetrico, oculistico ed ematologico) collocati nei rispettivi dipartimenti specialistici e nelle terapie intensive. Dal primo gennaio 2016 si aggiungerà il Pronto Soccorso Odontoiatrico per effetto dell’incorporazione, nel Policlinico, del Presidio G. Eastman dell’Asl RMA, in attuazione dei piani operativi regionali finalizzati al rientro del deficit della Sanità del Lazio. Un supporto H24 a queste attività viene assicurato dalle sezioni di emodinamica e di radiologia interventistica oltre a quello della diagnostica per immagini avanzata, della endoscopia operativa e del laboratorio di analisi.
Nel Policlinico quindi, la risposta ad ogni tipo di emergenza, avviene con un sistema di «rete» sempre attiva e funzionante: si tratta di un modello adeguato per una struttura a padiglioni con 1.300 posti letto, costituita da più di 50 edifici collegati fra di loro da tre ordini di percorsi (al suolo, epigei ed ipogei) e distribuita su una superficie molto vasta con oltre 300 mila metri quadrati coperti e una rete viaria interna di alcuni chilometri. Le risorse impiegate in termini di personale e tecnologie sono imponenti, anche se in qualche caso insufficienti a causa del blocco del turnover, della perdurante situazione debitoria della Regione Lazio da oltre 8 anni e del problema del precariato, purtroppo comune a tutti i Dea della Regione stessa.
Possiamo pertanto affermare che il Policlinico Umberto I rappresenta il più importante centro della Regione Lazio per la gestione di ogni tipo di emergenza. Per mantenere questo ruolo abbiamo impegnato ingenti risorse, ma si deve riconoscere che in emergenza i fattori più importanti per assicurare buoni risultati sono le persone: infermieri, tecnici e soprattutto medici motivati e dedicati esclusivamente a questo delicato compito, forti di un addestramento continuo sul campo che sopportano pesanti carichi di lavoro. L’emergenza è inoltre un settore in continua evoluzione dove il dibattito della comunità scientifica è molto acceso e stimolante e investe i campi più disparati: oltre alle capacità di diagnosi e cura, ad evolvere sono i modelli organizzativi e gestionali e le tecnologie che devono tenere il passo a questo incessante cambiamento. Sotto questo aspetto l’ospedale universitario Policlinico Umberto I, assicura un terreno ideale per garantire il confronto delle idee e la sperimentazione di ogni tipo.
Fronteggiare i grandi eventi cioè manifestazioni di massa, disastri naturali, maxiemergenze di vario tipo, sono da sempre momenti nei quali i grandi ospedali possono trovarsi a dover affrontare carichi di lavoro molto elevati avendo a disposizione un tempo molto ridotto. Da alcuni anni però, il fenomeno va modificandosi per l’ingresso, nello scenario dell’emergenza-urgenza, di due nuovi pericolosissimi attori: le epidemie ed il terrorismo internazionale.
La recente epidemia di Ebola che ha colto tutti impreparati e ci ha dimostrato che nulla sarà più come prima, così come è noto che dall’attentato alle Torri Gemelle, a una serie preoccupante di episodi terroristici in Europa e nel mondo e da ultimo ai terribili accadimenti di Parigi, è cambiato il nostro modo di vivere: in altre parole dobbiamo abituarci a convivere con avversari molto pericolosi e dei quali conosciamo poco. In queste nuove sfide i grandi ospedali sono soltanto l’ultimo anello di una catena che coinvolge prima di noi, molti altri soggetti: il Governo del Paese, i Servizi di sicurezza, le Prefetture, le Forze dell’Ordine, la Protezione Civile, i Vigili del Fuoco, le Forze Armate e, per Roma, l’Ares 118, l’Azienda regionale per l’emergenza.
Alla fine però - quale che sia la tipologia della crisi - agli ospedali competerà accogliere e curare molti pazienti in un tempo molto breve per cui gli specialisti e, comunque, tutti coloro che sono inclusi nell’Unità di crisi dovranno essere sempre disponibili per fronteggiare in maniera adeguata qualsiasi tipo di situazione. È indispensabile che gli ospedali si dotino di «piani» che consentano di rispondere alla situazione di crisi con i Dipartimenti di emergenza nella loro configurazione ed organizzazione ordinaria. Saranno i Dea a subire il primo impatto e dovranno affrontarlo per il tempo necessario a far convergere, in maniera ordinata, le risorse necessarie in termini di uomini, mezzi e competenze, e per consentire all’Ospedale di mobilitarsi per offrire il massimo contributo. Abbiamo simulato che, ad esempio, in un disastro (fortuito o procurato) che dovesse avvenire alla Stazione Termini, il Pronto Soccorso del Policlinico si troverebbe a dover assistere un massiccio afflusso di feriti prima ancora di venire a conoscenza, attraverso i canali ufficiali, che si è verificato un grave incidente.
Chi è in servizio in quel momento dovrà essere prima di tutto in grado di far bene il proprio lavoro e dovrà essere adeguatamente addestrato per cambiare rapidamente «pelle», attivando la catena dei comportamenti previsti dal piano di emergenza. Del tutto diversa è la situazione in caso di «allerta». Se sappiamo che un disastro potrebbe accadere e sappiamo probabilmente anche «quando» potrebbe accadere, abbiamo il tempo per organizzarci, per organizzare l’ospedale, per mettere in opera tutto quanto necessario per rispondere nel migliore dei modi a qualsiasi tipo di maxi-emergenza.
Le condizioni di «allerta» consentono di fare per tempo tutto quello che i piani prevedono di mettere in opera «contemporaneamente» all’arrivo di quelli che chiameremo «feriti», ma che potrebbero essere intossicati, contaminati, infetti. I parcheggi per consentire l’ingresso e lo stazionamento dei mezzi di soccorso e delle Forze dell’Ordine vengono resi liberi e disponibili, gli ingressi all’ospedale deviati, la zona «rossa» presidiata dalla sicurezza interna, il pronto soccorso evacuato con il trasferimento immediato dei pazienti nel resto dell’ospedale, l’Unità di crisi è già sul posto, il personale dei settori interessati è già stato rinforzato, il sistema di comunicazioni interne attivato, la zona di decontaminazione funzionante e presidiata dal personale.
Tutto è pronto per accogliere un massiccio afflusso di feriti o di altra tipologia di pazienti. Ogni tipo di evento (funerali di Stato, visita ufficiale a Roma di personalità, allerte meteo, manifestazioni di piazza ecc.) può essere classificato in termini di durata dell’allerta, di risorse da mobilitare, di tipologia del danno prevedibile, in maniera da organizzare la risposta in funzione del rischio: l’ospedale è organizzato con piani personalizzati. Ogni volta che viene comunicata un’«allerta» - e questo accade decine di volte ogni anno - il Dea e l’ospedale migliorano i loro piani, correggono il timing delle azioni, aumentano l’esperienza e l’addestramento di tutti i soggetti coinvolti. Negli anni abbiamo capito che avere in un cassetto piani voluminosi e dettagliati è inutile e pericoloso: provoca una situazione immotivata di sicurezza («Paper Plane Syndrome»), se succede un disastro nessuno si ricorda dove era quel cassetto, non si trovano le chiavi e, se anche questi piani li troviamo, nessuno ha il tempo o la voglia di leggerli.
Nella prima ora chi è in servizio deve già sapere quello che deve fare, deve essere chiaro in ogni momento chi assume il comando e la responsabilità delle azioni in attesa che arrivi l’Unità di crisi. La metodologia è quella dei «leaders»: ogni leader deve avere uno o due sostituti, compreso il Team Leader e l’Hospital Disaster Manager. I piani devono essere facilmente aggiornabili e modificabili usando strumenti informatici e non la carta stampata. Ottenere tutto questo non è facile ed è molto dispendioso. Molto dipende dalla volontà e dalla passione degli operatori, particolarmente formati, che in questi anni non hanno certo avuto molti motivi per essere soddisfatti e sentirsi gratificati a causa di organici carenti, di possibilità di progressione di carriera ridotte, di stipendi congelati da anni, di carichi di lavoro ai limiti della sopportazione ed altro.
Vediamola, quindi, questa situazione peggiore e supponiamo che un incidente alla stazione Termini ci sorprenda di notte e che una trentina di feriti arrivino al Dea del Policlinico Umberto I nello spazio di 15 minuti. Nessuno dell’Unità di crisi è presente in servizio e i leader specificamente addestrati non sono presenti; il Pronto Soccorso è come al solito molto affollato. In sintesi, la procedura prevede che il primo che si rende conto della criticità (di solito l’infermiere di «triage» o il rianimatore di «sala rossa») deve dare l’allarme.
Questo avviene chiamando il call center H24 del Dea che avvisa l’Unità di crisi (UDCPEIMAF) di un massiccio afflusso di feriti: sarà il primo della Unità di crisi che riceve la chiamata dal call center che attiverà la catena di contatti che porterà al Policlinico i leader nel minore tempo possibile. Tutte le procedure sono codificate e a conoscenza di tutti i componenti dell’Unità di crisi. Ognuno dovrà fare la propria parte fino alla conclusione dell’emergenza. Ed è per questo motivo che abbiamo disposto procedure eccezionali per superare - in tempo per l’apertura del Giubileo straordinario della Misericordia - il fenomeno del «boarding», che sembra paralizzare la funzionalità di tutti i grandi pronto soccorso di Roma. Ciò è stato possibile attraverso la realizzazione, con finanziamenti regionali finalizzati, di una «holding area» dotata di ulteriori 12 posti letto e di una terapia intensiva pediatrica con 13 postazioni all’avanguardia dotate di attrezzature di ultimissima generazione.
L’azienda deve rendere questo possibile, mantenendo la rete di emergenza interna (Dea, Ps, terapie intensive, diagnostica avanzata ecc.) sempre in ordine, tutelando gli operatori del dipartimento di emergenza, fornendo per quanto possibile il personale necessario, garantendo lo spazio per lo studio e l’addestramento, utilizzando apparecchiature efficienti, mantenendo le scorte di farmaci e presidi costantemente aggiornate, curando i rapporti interni in maniera che l’ospedale collabori quando e se necessario, vigilando e sollecitando la direzione aziendale ad intervenire e a fronteggiare qualsiasi deficienza nella catena dell’emergenza. Stiamo cercando di farlo anche se con difficoltà e finalmente potremo dotare il Dea di quelle condizioni che soltanto il piano di ristrutturazione generale del Policlinico potrà finalmente garantire anche e soprattutto dal punto di vista strutturale e tecnologico.
Negli anni abbiamo stabilito contatti stretti con le istituzioni nazionali e regionali, attivato collaborazioni con importanti Ambasciate, fornito la tutela sanitaria per Capi di Stato e di Governo, mantenuto rapporti di collaborazione con le Forze dell’Ordine e risposto in maniera efficace alle (fortunatamente) poche maxiemergenze che abbiamo dovuto affrontare. Con il Giubileo tutta questa attività assumerà un’accelerazione molto importante, anche in previsione della presenza a Roma di circa 30 milioni di pellegrini, dinanzi alla quale le aziende ospedaliere dovranno farsi trovare preparate per garantire qualsiasi tipo di intervento e fronteggiare qualsiasi situazione.   

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