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Focus scuola - Cristina Grieco: abbiamo sempre più bisogno di una «scuola 4.0»

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«Siamo orgogliosi e soddisfatti che la prima edizione di Didacta Italia si svolga in Toscana e in particolare a Firenze.

Anche per la Regione Toscana è un segnale dell’apertura del sistema di istruzione e formazione al confronto, sia interno che esterno, con l’obiettivo dell’innovazione della filiera del sapere, dell’istruzione e della formazione, come passo necessario per governare i cambiamenti in atto nella società italiana ed occasione di crescita per le nuove generazioni. Intendiamo valorizzare le eccellenze del modello toscano di educazione ed istruzione attraverso i progetti e le iniziative realizzate dagli studenti nell’ambito delle azioni di sistema promosse dalla Regione. Questa per noi rappresenta un’occasione di condivisione e riflessione sullo stato dell’arte e sul futuro della formazione»

Livornese, dal 2007 dirigente scolastico dell’Istituto di Istruzione Superiore Vespucci-Colombo di Livorno, lauree in Economia e Commercio e Statistica, commercialista, Cristina Grieco è l’assessore della Regione Toscana che ha le deleghe a istruzione, formazione e lavoro. La Regione, presente alla fiera con uno stand realizzato grazie ai finanziamenti del Fondo sociale europeo, partecipa al comitato organizzatore di Didacta Italia 2017.
Domanda. Qual è il suo coinvolgimento in Didacta?
Risposta. In Toscana ho la delega all’istruzione,alla formazione e al lavoro, ma ho anche un ruolo nazionale per cui coordino tutti gli assessori di Regioni e Province autonome su questi temi. La Toscana ha anche il coordinamento della IX Commissione in Conferenza delle Regioni, quindi siamo particolarmente orgogliosi di ospitare in Italia un evento di questo tipo, una fiera commerciale ma anche un’importante occasione di riflessione, con contenuti scientifici di confronto e scambio di esperienze in Italia. La Regione Toscana ha fatto parte del comitato organizzatore insieme a Firenze Fiera, Comune, Indire e Ministero: in Toscana, a Firenze in particolare, mi è sembrata un’opportunità da non perdere.
D. Perché Didacta è importante per la scuola?
R. È più di una fiera commerciale: siamo andati a vedere Didacta International a Stoccarda e ci è piaciuto il format, al di là delle proposte commerciali dedicate alla scuola e alle amministrazioni pubbliche per quanto riguarda l’acquisto di materiali scolastici, laboratori di apprendimento, software. Per quanto riguarda le mie deleghe c’è però anche una parte scientifica che stimola una riflessione su come devono cambiare la scuola, la didattica e la formazione in relazione ai mutamenti che si avranno, sempre più repentini nel mondo del lavoro ma anche nella società. Non esiste più il modello di sequenzialità tra formazione e lavoro, che vede prima il diploma o la laurea, poi il lavoro. Se restiamo ancorati a logiche novecentesche nel mettere in atto le politiche su formazione e lavoro, non prepareremo i nostri giovani e avremo sempre un gap nei confronti del resto del mondo.
D. Può esistere dunque una «Scuola 4.0»?
R. Si parla di Industria 4.0 per condensare con un termine il cambiamento che ci sarà nel mondo dell’impresa per la produzione, l’innovazione, la digitalizzazione: si dice che si tratta di una quarta rivoluzione industriale, e ci sono anche molti timori per la perdita di posti di lavoro. Anche se si è sempre reagito a queste rivoluzioni e l’umanità si è assuefatta al progresso, quello che contraddistinguerà questa rivoluzione industriale sarà la velocità: tutto ciò infatti non avverrà tra decenni, e i ragazzi che formiamo oggi andranno in pensione nel 2065 e lavoreranno in un mondo dominato da velocità di relazioni, di connessione, di comunicazione: in generale, cioè, dalla velocità sotto ogni aspetto. Dobbiamo fornire ai giovani nelle scuole gli strumenti per orientarsi, e non solo a loro: dobbiamo costruire un sistema per l’apprendimento permanente.
D. Negli altri Paesi molti si sono già adeguati; noi siamo più lenti, un po’ per un nostro limite, un po’ per l’infrastruttura scolastica, un po’ per i disagi degli insegnanti, che influiscono sull’educazione. Cosa ne pensa?
R. Sono un dirigente scolastico e concordo: in Italia non si è investito nella scuola e le ultime leggi, chiamate riforme, in realtà erano leggi finanziarie. In questa legislatura mi sembra che scuola, formazione e innovazione siano state rimesse al centro di un programma politico, anche legato a Industria 4.0, ma dobbiamo recupere il tempo perso a causa della mancanza di finanziamenti adeguati. Siamo stati uno dei Paesi in cui si è investito meno. Dobbiamo anche recuperare un divario culturale che ci ha allontanato dagli altri: per ideologia o per scelta, abbiamo teso a tener lontano la scuola dal lavoro, come se la cultura «con la c maiuscola» quasi dovesse esserne avulsa. Ora soprattutto, la scuola deve fornire agli studenti la capacità di gestire la complessità: la competenza dei ragazzi con questa velocità può diventare obsoleta, la scuola non deve addestrare a una mansione. Del resto non sono i contenuti che mancano, dal momento che anche prestigiose università forniscono corsi online: difficile è dare gli strumenti per coltivare la capacità critica verso tali contenuti di scelta e di selezione, per impiegarli a vantaggio della propria crescita. Questo dobbiamo dare ai nostri ragazzi, e ciò significa rivedere le metodologie didattiche, il ruolo degli insegnanti, l’ambiente di apprendimento, le «soft skills» che serviranno nel mondo del lavoro ma anche nella vita quotidiana, ossia le relazioni, il saper collaborare, il problem solving, e tutte quelle competenze che sono più richieste per un’occupazione futura. La scuola da sola, se non si apre al territorio in generale e al lavoro, senza una riflessione comune, non può rispondere a questa sfida in modo adeguato.
D. Alternanza scuola-lavoro: come si integrano effettivamente i ragazzi in una società prevalentemente di disoccupati?
R. Ne ho un giudizio positivo: è una metodologia didattica importante per l’alleanza più ampia «scuola-lavoro». Lo ritengo un passo avanti decisivo per recuperare quel gap e creare un ponte tra «education» e «job». Il valore aggiunto ora deriva dal fatto che tale metodologia sia stata estesa anche ai licei, contribuendo anche al voto del diploma. Più che nell’acquisire competenze, che è un intento forse delle 400 ore per istituti tecnici e professionali, l’alternanza è rivolta alla trasversalità di esse e, soprattutto nei licei, all’orientamento. Fondamentali sono i tutor: sia quello scolastico, sia quello aziendale per la controparte che offre l’attività da alternare allo studio. Bisogna continuare a parlarsi, ognuno con il proprio ruolo: scuola e università non devono abdicare ai propri compiti, ma neanche possono permettersi di farsi da parte e osservare il mondo del lavoro. Ricordiamo che c’è il paradosso per cui i giovani faticano a trovare un lavoro e che il tasso di disoccupazione giovanile è molto elevato, ma ricordiamo anche che c’è un’offerta da parte di imprese per professionalità e competenze che non trova risposta: una disoccupazione funzionale quindi, ma anche una derivante dalla discrepanza tra domanda e offerta.
Domanda. Poi c’è la fuga dei cervelli: noi li formiamo spendendo, gli altri Paesi li impiegano guadagnando.
R. Pensiamo quindi a quanto stiamo perdendo e a quanto ci costa: stiamo mandando via le nostre energie migliori. La Pubblica Amministrazione ha un’età media di oltre 50 anni e rinuncia in questo modo all’apporto di innovazione che deriverebbe dall’impiego dei giovani. Il nostro problema è che abbiamo pochi laureati rispetto gli altri Paesi OCSE, e quei pochi che sono rimasti partono.
Domanda. Che ne pensa del fatto che ora, per le riforme degli ultimi anni, ci sono molti insegnanti, mentre prima c’era un’unica maestra? Non pensa che in un’età importante come quella scolastica serva un punto di riferimento?
R. Non lo credo, anzi: non è un problema quando sanno lavorare in team, cosa che gli insegnanti della primaria sanno fare bene, a differenza di quelli di medie e superiori. Nella primaria questo è un valore, che rispecchia la capacità di mettere al centro il bambino e di ideare un progetto intorno alla classe. Ritengo molto valido il nostro modello di scuola primaria; difficoltà ci sono quando inizia un’esasperata divisione tra materie, quindi alle medie. La vera riforma sarebbe ripensare il tempo e lo spazio della scuola: ancora abbiamo medie e superiori con le classiche aule, cattedra e banchi, molto divise in discipline, con insegnanti che si parlano solo nei Consigli, con progetti integrati tra sezioni mentre le classi, in realtà, fanno ognuna un percorso proprio. Non c’è mai un momento di ricomposizione e confronto tra questi saperi. Ecco perché sono importanti appuntamenti fissi che consentano di parlare di questi aspetti: anche la didattica deve innovarsi. Il soggetto che apprende, in qualunque momento del percorso fino all’università, va messo al centro e intorno a lui va costruito un progetto. Ciò significa anche rivedere i contratti degli insegnanti: quelli delle primarie sono molto più abituati alla progettazione in team e così dovrebbe essere per tutti.
D. Poi intervengono gli psicologi. Ci sono tanti progetti...
R. Sì, sono tanti, e la scuola si trova anche a fare i conti con la fragilità dei soggetti in età evolutiva.
D. Non considera che insegnanti diversi nella stessa classe potrebbero non avere il tempo di maturare la sensibilità necessaria per capire le esigenze di ciascuno studente?
R. Direi più che si è indebolita l’alleanza scuola-famiglia così come l’autorevolezza della scuola. Ho potuto riscontrarlo personalmente nella mia esperienza di dirigente scolastico, assistendo a situazioni in cui i genitori si lamentano con il preside, davanti ai propri figli, degli insegnanti. Da lì, un disastro.
D. Un commento generale sulla «Buona Scuola»?
R. Da preside non condivido alcune cose, ad esempio il bonus ai docenti. In una scuola questi ultimi come sono scelti? È già più semplice in una scuola superiore ma in una primaria, con un insegnante che lavora in team, come si fa a dirlo? Valorizzare il merito va bene, però invece di consolidare la comunità educante, che è la scuola, questo meccanismo crea conflittualità e malumori nel corpo insegnanti. Personalmente, avrei premiato le situazioni più difficili: insegnanti nelle scuole di periferia, di frontiera, negli istituti professionali. La «Buona Scuola» però, per certi aspetti, ha comportato un modo di lavorare migliore: in media ci sono 7 insegnanti in più da destinare ad attività di collante e di potenziamento per le carenze degli studenti, quindi risorse per iniziative autonome e non solo per le discipline. Buono anche l’aver ripreso a investire in maniera stabile sull’edilizia scolastica tramite le Regioni, con la programmazione degli interventi; l’alternanza scuola-lavoro è passata da 9 milioni di euro in finanziamenti stabili a livello nazionale a 100 milioni, e le scuole, per la prima volta, invece di tagliare hanno qualcosa in più.   

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