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SANITa'- MARIASTELLA GIORLANDINO: 100 POSTI DI LAVORO IN ARTEMISIALAB, LA BUROCRAZIA LI BLOCCA

Mariastella Giorlandino, amministratore della Rete dei Centri clinici 	ArtemisiaLab

La sanità può dare salute solo se è sana essa stessa. Il più grande problema del nostro sistema pubblico, che invade e contamina anche il privato, è la burocrazia. Ne è consapevole l’architetto Mariastella Giorlandino, amministratore della Rete di Centri Clinici Diagnostici ArtemisiaLab, strutture presenti a Roma da più di 30 anni, e presidente, inoltre, dell’associazione Artemisia Onlus che dal 1996 si occupa dello studio e dell’assistenza delle patologie materno-fetali. «Le finalità morali che la nostra Associazione si pone sono il frutto dello sforzo comune dei nostri medici, dei nostri operatori e del sostegno quotidiano di tutti coloro che hanno a cuore la vita, e che comprendono e condividono l’importanza di favorirla e tutelarla appoggiando la nostra azione», spiega il presidente Giorlandino. Aggiunge inoltre: «Con orgoglio posso affermare che sono da sempre attiva nel mondo della ricerca medica e scientifica, da oltre 15 anni impegnata con entusiasmo, dedizione ed esclusive risorse proprie, per dare piccoli ma fattivi contributi a tutti coloro che lottano quotidianamente per la salvaguardia della vita». Il sistema sanitario italiano sembra essere un malato che non vuole curarsi, nonostante la malattia lo stia uccidendo. La metafora non è eccessiva.
Domanda. L’ArtemisiaLab è una rete di strutture private, ma deve fare i conti con il settore pubblico: come e in quali casi?  
Risposta. Quando si parla di sanità in Italia si allude al costo maggiore del nostro welfare, pari al 70 per cento della spesa nazionale. È il nodo più difficile da sbrogliare in un momento come questo. Sono un’imprenditrice, ho sempre gestito strutture aventi un rapporto minimo con il Servizio Sanitario Nazionale, infatti il maggior numero di prestazioni sono private, gestite in perfetta autonomia. Ma è nel giusto rapporto economico tra pubblico e privato che possono migliorarsi le erogazioni nella sanità e nella diagnostica. Dunque un cambiamento gestionale potrebbe migliorare e addirittura far progredire il sistema.
D. Cosa significa esattamente?
R. Significa che, in un «giusto» rapporto economico nel quale la qualità è predominante e l’efficienza diagnostica è massima, si può arrivare senza problemi ad erogare un servizio sanitario, ad esempio ecografico, con le proprie disponibilità economiche. Una mammografia, che in un ospedale costa 55 euro con il ticket, richiede tempi molto lunghi, in una struttura privata come la mia viene a costare 85 euro, ma viene garantita una risposta immediata, è realizzata con apparecchi di primo livello e, in ultimo, la componente medica è sempre di grande levatura.
D. Come è possibile che il costo del servizio pubblico e privato per un utente quasi si equivalgano?
R. Le risorse nel mondo privato sono gestite in un modo più dettagliato. Sebbene la sanità italiana pubblica degli ospedali sia di alto livello di certezza e sicurezza, e sia  una delle migliori del mondo, la critica che le si rivolge riguarda  la gestione delle risorse: per troppi anni  il nostro sistema pubblico è stato gestito senza che ciascun ospedale, nel proprio interno, controllasse i fondi che arrivavano per l’erogazione dei servizi.
D. Quale soluzione intravede?
R. Bisognerebbe organizzare un servizio pubblico per un terzo livello di prestazioni sanitarie, nel quale solo gli ospedali in cui si compiono gli interventi più impegnativi acquisiscano pazienti, già filtrati da un settore semiconvenzionato o privato. È fondamentale che questo terzo livello, che include ad esempio gli interventi, sia preso in carico dal settore pubblico, perché un imprenditore privato non può affrontare determinati oneri. Uno sgravio fiscale, ad esempio degli oneri di lavoro gravanti sul singolo individuo, potrebbe spingere questi a sottoscrivere un’assicurazione privata dandogli la possibilità di scegliere, per una diagnostica, un centro di qualità sottoposto a tutti i controlli adeguati, e in possesso delle apparecchiature migliori.
D. Come può sapere un paziente se in una struttura sono presenti le apparecchiature migliori, oggi che queste sono in continua evoluzione?
R. Scegliendo strutture con la gestione del sistema in Qualità dell'ISO 9001. La qualità è all’interno delle nostre strutture sanitarie, in tutti i livelli organizzativi. Nel Lazio i nostri centri sono gli unici ad avere qualità in rete, tutte le strutture da me gestite, facenti parte della Rete ArtemisiaLab, hanno superato la verifica da un ente certificatore, il Bureau Veritas, che le ha ritenute idonee ai requisiti della norma. Nelle nostre sedi gli esami di routine vengono consegnati in giornata, tutte le attrezzature e gli apparecchi diagnostici sono certificati e controllati con  sistemi di controllo di qualità. La verifica di controllo dell'organo certificatore è annuale e attraversa tutte le attività e coinvolge tutte le sedi.
D. Parla di «rete» in che termini?
R. In «rete» significa che il paziente, ovunque vada, può collegarsi ed avere prima la risposta sugli esami eseguiti; che i medici sono gli stessi, che sono tutti specialisti e che circolano in tutte le nostre sedi mantenendo gli stessi standard qualitativi. Ad esempio, le ecografie ostetriche sono eseguite da medici ginecologi ostetrici, specializzati professionalmente nell’ambito della diagnostica. Siamo anche gli unici ad eseguire privatamente quelle risonanze materno-fetali che sono possibili soltanto nelle strutture pubbliche. Chi accede ai nostri centri si rende conto del livello qualitativo, a partire  dall’accoglienza e dalla segreteria fino all’organizzazione degli accertamenti e al ritiro on-line dei referti. Investiamo in quello che è necessario, cioè la qualità, perché nel mondo della sanità non si può operare con l’idea puramente commerciale.
D. Com’è una «sanità sana»?
R. Per cominciare, una sanità sana dovrebbe seguire delle linee guida. Ad esempio, un’eccessiva diagnostica è sbagliata perché molti accertamenti invasivi possono procurare problemi. Esistono protocolli per ogni fascia di età, visto che ciascuna ha rischi di salute diversi: una sanità sana dovrebbe attivare informazioni per la prevenzione in tutte le fasce in evoluzione. Un esempio su tutti: nelle scuole si dovrebbero informare i giovani sull’alimentazione, sulla cura di se stessi, su tutto ciò che può procurare malattie; un’azione che invece nelle scuole non viene svolta.
D. In che modo il settore pubblico blocca quello privato?
R. Come architetto, ragiono «strutturalmente», sono abituata a vedere le situazioni da un punto di vista diverso, che esula dall’emozione del momento. La medicina è struttura, e le sue linee guida vanno strutturate. Bisogna dare fiducia a privati qualificati e controllati, alleggerire le procedure burocratiche: personalmente, per trasferirmi a pochi metri da un numero civico all’altro, sono stata ostacolata per due anni dalla burocrazia. Esiste una legge che non consente al privato di aprire un poliambulatorio privato dotato della strumentazione più avanzata, neppure investendo propri capitali senza chiederne al pubblico, perché è necessario attendere il maturarsi del «fabbisogno», che non viene calcolato da molto tempo tramite complicati meccanismi.
D. Con quale risultato?
R. Viene preclusa anche la possibilità di creare nuovi posti di lavoro. Se la Regione non vuole attivare quel tipo di ambulatorio, non c’è nessun modo per avviare l’attività. Se non si ridà non solo alla sanità, ma anche al piccolo artigiano, alla piccola impresa, la possibilità di riemergere, non si uscirà dalla crisi economica, perché ciò che crea la povertà sono la burocrazia e l’eccessiva tassazione sulle piccole aziende.
D. Quale considera, in proposito, la priorità di qualunque Governo?
R. Snellire la burocrazia, alleggerire il cuneo fiscale. Un dipendente che percepisce 1.200 euro al mese ma ne ne costa 3 mila all’azienda, alleggerendo gli oneri riceverebbe una retribuzione più equa, e dunque anch’egli potrebbe stipulare un’assicurazione privata e avrebbe la possibilità di scegliere il centro di cura anche privato, alleggerendo di conseguenza anche la spesa pubblica. Purtroppo io stessa sono scoraggiata, non credo che l’Italia possa uscire da questo impasse presente nel mondo della sanità e dell’impresa.
D. Qual’è la vera malasanità in Italia? I medici non sono bravi, sono superficiali, non c’è meritocrazia?
R. La malasanità è presente con la corruzione, risultato di anni di cattiva gestione. Da troppo tempo manca la qualità nei vari settori e, nonostante tutto, in Italia le donne che muoiono di parto sono meno che nel resto del mondo; l’Inghilterra ha il primato contrario, ma ciò non viene reso noto. La malasanità avviene perché i fondi che dovevano essere idoneamente diretti e gestiti, sono controllati dal mondo politico più che dalle strutture cui dovrebbero andare. Parlo con cognizione di causa perché gestisco una struttura sanitaria che ho dotato di pavimenti di marmo, dei migliori apparecchi del mondo, di professionisti bravi e ben retribuiti, ed opero nella sanità privata. Perché non dovrebbero attivarsi gli stessi metodi nelle grandi strutture ospedaliere? Perché, chi ha gestito, l’ha fatto a metà tra politica e sanità.
D. Cosa vuol dire piccola impresa? Quanti dipendenti ha la rete ArtemisiaLab?
R. Sono 200 tra consulenti in busta paga, segreteria, biologi, ed altri 200 consulenti medici, in tutto circa 400 persone. Assumerei molti di più oggi stesso, almeno 100 persone, ma da più di tre anni sono in attesa dell’autorizzazione per attivare un nuovo centro, naturalmente con le mie risorse personali e indebitandomi. Ma non c’è modo di procedere. Potrei creare nuovi posti di lavoro, ma la burocrazia me lo impedisce. Ecco perché le piccole imprese sono penalizzate e non possono crescere, questo mio caso non è certo l’unico.
D. In che modo la burocrazia blocca la crescita delle piccole imprese?
R. È la burocrazia in un certo modo ad alimentare la corruzione: noi siamo costretti a passare attraverso quattro enti prima di chiudere una pratica. Per avere un certificato dobbiamo rivolgerci al Comune, alla Regione e alla Asl, e lo stesso documento deve ripassare dal Comune, dalla Regione e dalla Asl. Perché non è posta un’unica struttura di controllo? Mi reco personalmente negli uffici, seguo direttamente le mie pratiche, e spesso l’atteggiamento riscontrato è quello di ricevere cortesie e non il dovuto.
D. Lei è a stretto contatto con le fasce più deboli: come si comporta con esse l’ArtemisiaLab?
R. Innanzitutto lavorando con autofinanziamenti, tramite la nostra Onlus, ossia senza pesare indirettamente sugli utenti; ad esempio offrendo giornate gratuite per il pap-test, o per l’elettrocardiogramma. Le fasce più deboli sono anche le più colpite, parliamo di pensionati e di famiglie con molti figli. Il malcostume iper-prescrittivo di alcuni medici dei tempi passati ha creato gravi disavanzi nelle spese generali sanitarie. Va invece eseguito l’esame adatto nel momento giusto. Sono necessari il servizio e soprattutto avere in tempi certi e ragionevoli i risultati di un esame. Le lunghissime liste di attesa purtroppo non tengono conto della gravità della malattia.
D. Chi dovrebbe prendere queste decisioni?
R. A governare la sanità devono andare i tecnici, persone coscienti del fatto che non si può improvvisare in temi così delicati; e che devono avere sempre presente la massima qualità e il massimo risparmio economico, che si ottengono non risparmiando sui materiali ma evitando gli sprechi.
D. Cos’è per lei l’ArtemisiaLab?
R. Costituisce la mia missione, diretta a stimolare il cambiamento, a fornire una medicina che assicuri all’utente la risoluzione del problema in un ambiente confortevole, sereno, accogliente, anche sotto l’aspetto della gratuità e della vicinanza. A volte vengono persone con situazioni che richiedono una serie di esami, ma i cui costi non possono sostenere; non le facciamo pagare. Penso che la medicina sia anche un dovere verso il prossimo. Sono in questo settore da quando avevo 21 anni e mezzo, appena laureata, e ho trovato un modo vincente di andare avanti sempre ricollegando la crescita ad aspetti positivi, certo economicamente validi per me, ma anche per le persone che si rivolgono alle mie strutture. Adesso ne abbiamo 9 in tutta Roma, spero di riuscire entro l’anno prossimo ad attivarne altre 3, di cui ho già presentato i progetti.
D. In definitiva, quale soluzione proporrebbe?
R. Si appalti il servizio a strutture private e qualificate a prezzi più bassi dei costi del pubblico. Questa soluzione ridurrebbe i costi della sanità implicherebbe controlli seri, eviterebbe la corruzione. Forse è un’utopia o forse un sogno, ma dobbiamo crederci.  

Tags: Marzo 2013

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