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SPECIALE RUGBY - andrea lo cicero: con il rugby vogliamo e possiamo educare l’italia di oggi

Andrea Lo Cicero Vaina, rugbista a 15  e allenatore di rugby italiano, dal ruolo di pilone sinistro, in forze nel club francese del Racing Metro 92 di Parigi

Andrea Lo Cicero, rugbista catanese in forza al Racing Metro 92 di Parigi e impegnato attualmente nel torneo RBS 6 Nazioni, è l’azzurro in attività con più presenze in Nazionale, chiamatovi per la prima volta nel 1999. Lo scorso 9 febbraio, nel Murrayfield Stadium di Edimburgo, il pilone trentaseienne ha avuto il pregio di entrare da solo sul campo, per essere onorato da compagni di squadra, avversari e pubblico in occasione dell’ottenimento del centesimo cap, per la centesima presenza in Nazionale.
Domanda. Come va con il commissario tecnico Jacques Brunel?
Risposta. Molto bene, perché si è completamente calato nella cultura italiana: parla e scrive in italiano e, quando ha tempo, visita il Paese per capire ciò che può, per poi trasferire il messaggio nel modo a noi più comprensibile. Cerca di avvicinarsi a noi e alla nostra cultura, cosa che in passato non è stata fatta. Ha compreso che siamo persone con voglia di lavorare e grande dignità, si è chiesto come darci la possibilità di sfidare noi stessi e consentirci di dimostrare ciò che sappiamo fare, giocare a rugby, mentre in altri casi qualcuno non ce l’ha fatto credere o ci ha fatto giocare con il freno a mano tirato. Fuori dallo sport, noi italiani stiamo con il freno a mano tirato perché ormai siamo diventati conservativi, perché si specula soltanto su cose poco chiare e il fuorilegge conduce una bella vita, la persona civile no. La sintesi di tutto è questa: forse bisogna rivedere questi aspetti e ricominciare a vivere in maniera dignitosa. Ciò si riflette in tutto, anche nello sport.
D. Come ha visto crescere la Nazionale?
R. Dal 1999 questa squadra è cresciuta sia fisicamente sia tecnicamente: abbiamo avuto l’aiuto di tanti allenatori che hanno portato un bagaglio culturale e tecnico, e oggi i giocatori sono quasi completi perché il rugby è cresciuto nei club, e su di questi, oltreché sui giocatori, si investono molte risorse. Il livello, pertanto, cresce per tutti e la Nazionale ne usufruisce in pieno. Anche noi che giochiamo all’estero apportiamo qualcosa e l’unione di tutto ciò oggi fa la differenza. Prima questo non avveniva perché il nostro lavoro era considerato con più approssimazione, si faceva delle volte bene, delle volte no, e capitava che ci si accontentasse senza andare avanti.
D. È cambiata la mentalità?
R. In parte lo è: c’è più determinazione nel lavoro e nelle scelte.
D. Crede che, per quanto riguarda l’RBS 6 Nazioni, il passaggio del gioco dallo Stadio Flaminio allo Stadio Olimpico possa contribuire a render più conosciuto il rugby nella cultura generale?
R. In merito a ciò ci siamo imposti, perché siamo stati noi a far conoscere questo sport, che altrimenti nessuno avrebbe conosciuto: saremmo rimasti con le tre partite per anno nei test di novembre e forse nessuno se ne sarebbe accorto. Il canale televisivo La7, che aveva cominciato a far conoscere il rugby e la vela, ora subisce la concorrenza di altre reti; l’offerta inizia a essere più sostanziosa, così come anche il budget. Intanto si discute se ampliare o meno il Flaminio e di come; andando avanti così, probabilmente quello stadio potrebbe rimanere fatiscente, ed è un peccato. Lo spostamento all’Olimpico consente, a una struttura tanto grande, di essere sfruttata del tutto, sia dal calcio che dal rugby; noi la sfruttiamo al massimo della capienza, il calcio di meno, ma il sabato e la domenica lo stadio è pieno, mentre noi riusciamo a riempirlo solo in occasione delle partite che durante l’anno abbiamo a Roma.
D. Come pensa che gli sponsor possano aiutare nella divulgazione di questo sport?
R. Nel rugby l’investimento è più basso rispetto al calcio: qualunque sponsor può usufruire dei nostri spazi e individualmente avere noi giocatori come testimonial con grandi vantaggi di immagine pulita, facendosi pubblicità con dei budget più ridotti; non si parla di milioni di euro, ma di cifre più «umane». Alla fine è meglio rimanere nella «normalità» dei contratti, piuttosto che parlare di milioni di euro, il che a me sembra un’assurdità.
D. Ha accumulato tante presenze in Nazionale: è stato emozionante vedere 400 atleti su 627, che hanno indossato la maglia della Nazionale tra il 1929 e il 2012, ricevere il cap ufficiale in occasione di Italia-Francia?
R. Molto, perché con essi vedo la storia del nostro sport. Li conosco quasi tutti perché, nel corso della mia carriera, ho giocato con cinque generazioni diverse di rugbisti; da una parte mi accorgo di essere cresciuto, a breve compirò 37 anni, dall’altra mi fa piacere perché sono ancora qui a combattere. Sono certo che è stato bello senz’altro anche per loro, che hanno potuto rendersi conto di avere tanti appassionati che li seguono, nonostante possa essere accaduto di non essere più stati coinvolti a livello internazionale, mentre oggi la Federazione li richiama. È un grande riconoscimento, che io ho avuto dopo solo 99 partite.
D. Lei è ambasciatore dell’Unicef: il rugby è uno sport che ha molto da insegnare non solo ai bambini, ma anche agli adulti, essendo molto educativo: cosa ne pensa?
R. Sono molto felice che l’Unicef abbia pensato a me; ho già dichiarato che non appena potrò, ossia quando smetterò di giocare, andrò in un campo di gioco lontano dai riflettori. La nostra immagine è di grande esempio per i giovani: qualunque cosa gli atleti fanno, vista in televisione, viene ripetuta, e per ciò costituiscono un esempio anche dal punto di vista educativo. Se falliamo nel dare questo esempio, abbiamo fallito su tutto. Essere un giocatore di visibilità non significa avere il permesso di fare tutto: al contrario, significa stare più attento e trasmettere un esempio. Come i politici: sono all’apice della visibilità e devono essere il primo esempio per i giovani e per gli adulti, perché governano il nostro Paese. Invece sono i più corrotti, sono gli stessi che devono fare la legge anti-riciclaggio e i primi a fare impicci: allora quale educazione dai a un figlio, cosa gli dici, di che parli? Molti sono attenti nel parlare: io dico quello che penso, non mi va di essere trattato così da persone che giocano con il nostro Paese. Ho scelto un lavoro che oggi è una professione, ma che prima non veniva preso in considerazione da nessuno; pago le tasse senza che il mio Stato mi abbia dato la possibilità di avere un lavoro. Io contribuisco, e contribuendo voglio poter decidere a chi dare il mio voto, ma non posso, perché il mio voto prima, anche non votando, andava a qualcuno senza che io scegliessi esattamente a chi. Perché? La trovo una cosa assurda. Sono molto dispiaciuto che il nostro Paese sia diventato la barzelletta del mondo. Lo vedo ora vivendo a Parigi, e lo vedevo anche prima perché, vivendo in Italia, si è sensibilmente coinvolti; quando ci si trasferisce, ancora di più, perché ricoprendo un ruolo rilevante all’estero, non solo si è coinvolti in prima persona, ma si è uno tra tanti, e lo sfottò è quotidiano. È necessario combattere contro certe persone e far credere che l’Italia è un’altra cosa. Analogamente mi accadeva quando dicevo di essere siciliano, e venivo immediatamente ricollegato alla mafia, senza poter spiegare tutti i motivi culturali e storici che sono alla base di tutto. La cosa che noto adesso in Italia è che ci sono molti più controlli da parte delle istituzioni e posti di blocco per le strade: chissà che non sia l’inizio di un cambiamento.
D. Dell’Italia cosa andrebbe cambiato?
R. Tante cose a mio parere, una cosa però vorrei dirla: se si riuscisse a controllare le rendite degli evasori, congelandole, questi non potrebbero più vivere, e non avrebbero altra alternativa che quella di pagare il dovuto. La tracciabilità di tale denaro deve essere netta, con l’analisi del perché si ha, dove si lavora e quanto si guadagna. Se si mettesse in piedi questo sistema, tutti pagheremmo meno imposte e potrebbe essere eliminata una certa tassazione. Una volta a regime, la classe politica sarebbe la prima a non lucrare, gli stipendi dei suoi rappresentanti sarebbero più dignitosi e non così esorbitanti, e forse il nostro Paese comincerebbe a riprendere una strada giusta. Ma siamo lontani da tutto ciò.
D. Tanti sacrifici ma anche tanta soddisfazione?
R. È la base senza cui non si va avanti e non ci si diverte; non c’è riscontro positivo e si vedono solo le cose negative. Io non posso vivere così, devo eliminare il problema; invece in Italia sembra che più fattori negativi ci sono, più ci si diverta. Bisogna tornare a pensare positivamente e a compiere azioni positive, risolvendo i problemi per far andare tutto meglio. Cerchiamo di farlo nello sport. Quante partite perse? Ma ci siamo rialzati, e mi auguro che adesso ci siano solo vittorie, o che almeno siano più delle sconfitte.  

Tags: Marzo 2013 Giosetta Ciuffa sport rugby

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