Il nostro sito usa i cookie per poterti offrire una migliore esperienza di navigazione. I cookie che usiamo ci permettono di conteggiare le visite in modo anonimo e non ci permettono in alcun modo di identificarti direttamente. Clicca su OK per chiudere questa informativa, oppure approfondisci cliccando su "Cookie policy completa".

  • Home
  • Articoli
  • Articoli
  • l’antica logica di filosofi e scienziati e quella oggi vigente nelle caserme e tra i marmittoni

l’antica logica di filosofi e scienziati e quella oggi vigente nelle caserme e tra i marmittoni

Il generale Luigi Francesco De Leverano

a cura del Gen. LUIGI DE LEVERANO

Nel mondo dei «marmittoni» che ha connotato le Forze Armate nel periodo della coscrizione obbligatoria, oggi sospesa, si sosteneva che la logica, nella sua più ampia accezione, non avesse mai avuto stabile dimora nelle caserme. Io, invece, ho sempre sostenuto che, indipendentemente dall’ambito nel quale veniva applicata, la logica era sempre la stessa, solo che nel nostro mondo partiva da presupposti profondamente diversi: le nostre regole. Diversamente da altri ambienti, le nostre regole ci portano a dover sempre studiare i problemi affidatici e a dover presentare in tempi rapidi ipotesi di soluzione appropriate, con risvolti di natura tattica-strategica. Va da sé che un tale processo, pur se ammantato di logica nell’accezione più comune, per essere formalmente riconosciuto e, quindi, per essere davvero completato, necessita sempre della decisione del Comandante, unico garante di quelle regole in cui gli uomini con le stellette si riconoscono. La logica, nel nostro mondo, deve innanzitutto rispondere a criteri di chiarezza, precisione, immediatezza, ed essere intrisa di dettagli, rifuggendo da forme prolisse e complesse che spesso denotano superficialità e inconsistenza di pensiero. Andando un po’ indietro nel tempo, la logica, quale studio del ragionamento corretto, entra ufficialmente nel pensiero occidentale nel IV secolo a.C. grazie ad alcuni scritti aristotelici, successivamente etichettati dai posteri come «organo», strumento propedeutico agli studi scientifici che notoriamente costituiscono una buona base per il mondo militare il paragone comprende: le categorie, cioè la classificazione di tutto ciò che è; il «De interpretatione», ovvero riflessioni sul linguaggio e sul nesso; gli «analitici primi» ossia la normale sillogistica; gli «analitici secondi», comprendenti problemi di filosofia della logica; i «topici», contenenti prescrizioni su come argomentare durante le dispute; le confutazioni sofistiche, consistenti in discussioni su argomentazioni fallaci. In realtà il termine «logica» compare solo più tardi nella trattazione stoica, ma va attribuito a questo periodo l’avvio dello studio consapevole e approfondito delle basi del ragionamento corretto. Tuttavia il tentativo aristotelico di ordinare in modo sistematico l’ambito che oggi chiamiamo «logico» fornisce contributi già emersi in precedenza nella riflessione filosofica. Uno di questi è la «dimostrazione per assurdo», presente già nei pitagorici, che si prefigge lo scopo di dimostrare «A» negandola e mostrando come «non A» conduca ad una contraddizione. Anche l’interesse sofista per la confutazione fu uno dei temi che trovò un ripensamento coerente nella logica aristotelica. In tale ambito l’impostazione della proposizione in soggetto-predicato fu una logica strettamente connessa all’ontologia per la quale, alla struttura della frase in soggetto-predicato, fa riscontro quella dell’essere in sostanza attributo. Di conseguenza, le leggi della logica aristotelica rispecchiano uno stato della realtà divisibile in due parti, a prescindere dalla nostra conoscenza. Ma come può l’organo essere definito uno strumento di lavoro in ambito militare? Tale quesito ci conduce inevitabilmente a definire i caratteri salienti della logica aristotelica che, di fatto, si preoccupa di stabilire le regole del ragionamento corretto in modo che, partendo da alcune verità e seguendo delle regole precise, si giunga ancora alla verità; in termini molto semplici: se si dà alla logica ciò che è vero, essa restituisce il vero; se le si consegna il falso, la stessa seguirà il ragionamento corretto, ma non è detto che restituisca la verità. Il punto fondamentale è che il «ragionamento corretto» non è sinonimo di verità, e in ciò sta la sua natura strumentale: se si ottiene il falso, non è colpa dello strumento, ma dei contenuti con cui lo si è riempito; la verità dipende dalle premesse e non incide sulla validità del ragionamento. Per questo motivo, la logica aristotelica venne successivamente definita formale, in quanto non intaccava il contenuto e nemmeno ne dipendeva. È perciò naturale che essa sia anche simbolica, cioè si avvalga di simboli per indicare i termini di cui si compone il suo linguaggio, proprio per sottolinearne l’indipendenza dai contenuti. Le leggi generali della logica aristotelica sono tuttavia successive ad Aristotele. Il principio di identità afferma che ogni cosa è ciò che è e non qualcos’altro (ogni cosa è determinata). Il principio di non contraddizione asserisce che ogni cosa non può essere e non essere la stessa cosa contemporaneamente. Il principio del terzo escluso dice che ogni cosa o gode o non gode di una certa proprietà: non c’è qualcosa di intermedio fra due proposizioni contraddittorie. È possibile attagliare questi principi al nostro mondo più facilmente nel campo disciplinare che, per sua natura, è vicino al comportamento dell’uomo, che meglio si presta alla loro applicazione e nel quale trovano in sintesi naturale i principi su esposti. Provando, pertanto, a usare un metodo induttivo, immaginiamo un novello «marmittone» che in un dato giorno si presenti tardi al posto di lavoro. Egli compie una mancanza che è tale in quanto rilevata in base alle norme vigenti (principio di identità). Contemporaneamente questi non può aver svolto un servizio perché, se era assente in quel dato giorno e in quel lasso di tempo definito, e non disponendo del dono dell’ubiquità, non poteva svolgere alcun tipo di prestazione lavorativa (principio di non contraddizione). Quindi, non essendo presente in caserma nell’ora stabilita e per un dato periodo di tempo, il ritardatario con le stellette rimane anche privato del dovere di svolgere il proprio servizio (principio del terzo escluso). Assodato che un po’ di sana ironia non guasta mai, c’è ancora qualcuno che ritiene la logica davvero estranea all’ambiente di caserma? Che ci si creda o no, la caserma è invece il luogo dove si insegna ad obbedire alle leggi attraverso severi procedimenti logici derivanti proprio dai regolamenti che caratterizzano il mondo militare e che, di fatto, ne sono garanzia di efficienza. «Fatta la legge e trovato l’inganno» è una regola logica che, per nostra fortuna, mal si adatta alla serietà e all’operosità dell’ambiente di caserma; luogo di lavoro in cui i cittadini in uniforme si preparano e si formano sopportando duri sacrifici, impegnandosi senza sosta sia in Patria che all’estero, per consentire alla collettività nazionale una vita sicura, priva di rischi e lontana dalla più pericolosa delle logiche: quella dei conflitti.

in collaborazione con lo Stato Maggiore della Difesa

 

Tags: Novembre 2012 forze armate Esercito Italiano Difesa Luigi Francesco De Leverano SMD - Stato Maggiore della Difesa

© 2017 Ciuffa Editore - Via Rasella 139, 00187 - Roma. Direttore responsabile: Romina Ciuffa