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ECONOMIA, MEDICINA E INGEGNERIA LE LAUREE PIÙ RICERCATE AL 2022

Esiste un fenomeno chiamato "skill mismatch", ossia il divario tra le competenze richieste e quelle possedute dai candidati e in Italia è tra i più alti rispetto agli altri paesi Ocse: è infatti una delle cause di bassa produttività. C'è quindi una scarsa corrispondenza tra la domanda e l’offerta in termini di competenze e come molte imprese dichiarano di non riuscire a trovare lavoratori con le skills necessarie, così molti laureati faticano a trovare opportunità di lavoro in base al loro titolo di studio.Su questi temi la Fondazione Ergo - che riunisce imprese, sindacati e università in un progetto di ricerca, formazione e certificazione dei sistemi di organizzazione e misurazione del lavoro e del controllo dei carichi biomeccanici - ha prodotto l’analisi “Superare il low-skill equilibrium” condotta dal proprio centro studi.

Il quadro economico dell’Italia è caratterizzato da una debole crescita del PIL (nel 2017 pari all’1,5%), una produttività del lavoro stagnante da oltre un decennio, un tasso di disoccupazione pari al 10,4% e un numero di NEET (“not engaged in education, employment or training”, ovvero giovani tra i 15 e i 29 anni non occupati e non in formazione) di 2,2 milioni. A questo scenario si aggiunge la cristallizzazione dell’Italia in un low-skill equilibrium, un basso livello di competenze generalizzato: una situazione in cui la scarsa offerta di competenze è accompagnata da una debole domanda da parte delle imprese. Il tessuto produttivo italiano è infatti caratterizzato dalla presenza di piccole medie imprese, di cui circa l’85% del totale a gestione familiare, i cui manager spesso non hanno le competenze necessarie per adottare e gestire tecnologie nuove e complesse; ma anche dal lato dei lavoratori si riscontrano modesti livelli di skills. Il livello dei salari è spesso commisurato a età ed esperienza del lavoratore, e non alle capacità e alle performance - situazione che lo disincentiva a migliorare le proprie skills -, mentre l’uso di moderne tecnologie richiede necessariamente alte competenze. Ne consegue, dunque, che il quadro italiano sia caratterizzato da basse competenze dei manager e dei lavoratori, bassi livelli di investimenti in tecnologie e scarsa adozione di pratiche di lavoro che possano migliorare la produttività.

Secondo i dati del World Economic Forum 2018, il progresso tecnologico porterà però alla creazione di 133 milioni di posti di lavoro, poco meno del doppio di quelli che nello stesso tempo verranno persi, superati o sostituiti da processi di automazione (75 milioni). Dunque, il saldo netto sarà di 58 milioni di nuovi posti e si renderà presto necessario riqualificare le proprie competenze, in particolare quelle relative alla gestione ed applicazione delle tecnologie 4.0: le professioni ad alto rischio automazione potrebbero scomparire, come ad esempio le non qualificate nel commercio e nei servizi, gli impiegati addetti alle funzioni di segreteria e di ufficio, artigiani ed operai metalmeccanici ecc...; com'è noto, ne stanno però emergendo di nuove, di cui alcune legate allo sviluppo tecnologico come il data scientist, l’analista del cloud computing, il cyber security expert, il business intelligence analyst, il big data analyst e il social media marketing).

Come evolveranno le skills in base al progresso tecnologico? Quali saranno le competenze richieste nell’Industria 4.0? Il numero di laureati e diplomati soddisferà i fabbisogni richiesti dalle imprese? Quali saranno le professioni emergenti e quali spariranno a causa dell’automazione?: queste alcune domande cui si è cercato di dare una risposta qui.

Di seguito, una panoramica dei dati:

  • Il 6% dei lavoratori ha competenze inferiori a quelle richieste dal lavoro che svolgono (under-skilled), mentre il 35% svolge un lavoro non attinente al proprio titolo di studio;
  • L’85% delle piccole-medie imprese italiane è a gestione familiare, con manager che spesso non hanno le competenze adeguate per guidare lo sviluppo tecnologico;
  • In Italia, i ragazzi tra i 30 e i 34 anni laureati sono soltanto il 26,9%, contro una media europea del 39,9%;
  • Il sistema informativo Excelsior di Unioncamere stima, al 2022, un fabbisogno di occupati complessivo di 576.200 unità, di cui il 30% laureati, soprattutto in materie economiche (fabbisogno di 144.000 occupati), medico-sanitarie e paramediche (136.900) e ingegneria (107.800);
  • Il fabbisogno di diplomati si attesta intorno al 32% di quello complessivo (pari a 809.600 unità), con una richiesta maggiore per l’indirizzo “Amministrazione, finanza e marketing”;
  • Si prevede una carenza media di circa 21.000 laureati ogni anno, a differenza dei diplomati, dei quali si prevede un eccesso di offerta rispetto al fabbisogno (1.308.100 unità contro 809.600);
  • Secondo quanto emerso dal Word Economic Forum 2018, il progresso tecnologico porterà alla creazione di 133 milioni di posti di lavoro (75 milioni saranno perduti o sostituiti), con un saldo netto di 58 milioni di nuovi posti;
  • Entro il 2022, almeno il 54% dei lavoratori dovrà adeguare e/o riqualificare le proprie competenze.

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