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Alberto Briccetti, un imprenditore controcorrente

La grande attenzione dei commentatori appare tutta concentrata sulle dinamiche che caratterizzano i forti scossoni che investono le grandi imprese, nei diversi settori produttivi, del nostro sistema economico. Si individuano le eccellenze, tantissime, che sono capaci di reggere perfino la competizione aspra nel mercato senza confini.

Si trascura sovente l’innervatura virtuosa, le piccole imprese, che costituiscono la anomalia della nostra economia e vera spina dorsale dei nostri assetti economici. Fra di esse una rilevanza indiscussa è costituita dalle attività artigiane, da milioni di imprese, certamente piccole. Dànno lavoro. Sono capaci di dare risposte nel versante domestico e sanno allungare il loro impegno nel più vasto scenario del mondo globale. Ne è esempio la moda, uno dei più prestigiosi brand del made in Italy. Accanto ai grandi marchi, vi è un miriade di artigiani, che rende unico e che caratterizza la vivacità e l’intraprendenza imprenditoriale italiana.
Un esempio: Alberto Briccetti, 52 anni, che confeziona camicie e cravatte su misura, insieme ad una vasta gamma di cappelli. Una storia italiana che merita di essere raccontata. Incontro Alberto nel suo punto vendita a Palestrina. Un punto vendita, in verità, un po’ diverso da quello tradizionale, perché piuttosto punto d’incontro di questo imprenditore con quanti - e sono tanti - si affidano alle sue mani per avere una soluzione alle loro esigenze. La nostra conversazione è spesso interrotta, ed è una controprova, dal susseguirsi di giovani, ragazzi e ragazze, che varcano la soglia per avere un consiglio su come risolvere specifiche esigenze.
 Domanda. Il suo nome è su pubblicazioni italiane, quotidiani, riviste giapponesi ed americane.
Risposta. Ho amici sparsi nel mondo che mi onorano di attenzione.
D. E salta agli occhi una lunga lista di illustri clienti, sovente al «top dei vip».
R. Non mi piace il termine «cliente», non vendo prodotti preconfezionati. Attraverso il mio lavoro, facendo leva sull’identità e la caratterizzazione di artigiano, propongo e realizzo un prodotto che si lega strettamente alle particolarità della singola persona. La soluzione nasce e si sviluppa dal contatto diretto e non da una pur intelligente strategia di market. Non investo in pubblicità. I migliori miei promotori sono, infatti, quelli che ho incrociato e che continuamente incrocio nel mio «peregrinare» nella città di Roma. È vero, ho fatto e realizzo camicie per tanti vip, dei diversi segmenti sociali.
D. Qualche nome?
R. Solo due: l’avvocato Gianni Agnelli e papa Ratzinger. Molti imprenditori, professori universitari, attori, politici e giornalisti, meteore sparse un po’ in tutti i continenti. Ma in questi ultimi mesi sto concentrando l’attenzione sui nostri giovani. La mia porta è sempre aperta perché vorrei essere utile alle diverse componenti che essi rappresentano. È la mia sfida.
D. Vuole uscire «dall’orticello»?
R. Il mondo resta il mio orizzonte. Ma le mie radici, ben solide, sono qui. Guardandomi intorno, guardando ai nostri giovani e non solo, colgo uno strisciante quanto prepotente processo di omologazione. Si vestono in modo tutti uguali, a prescindere. La stessa tecnologia spinge in questa direzione, dominata dai messaggi che i social propinano, con una intensità davvero inusitata. Vorrei, al contrario, che quel concetto di vera eleganza e di stile, grande patrimonio del nostro Paese, ritrovasse il suo forte punto di riferimento. So di navigare controcorrente. Del resto sono un artigiano, che deve affermare un suo modello, dove arte e capacità realizzatrice si saldano strettamente. Con una premessa: il made in Italy è un marchio vincente. Dobbiamo far leva sulla valorizzazione della nostra filiera, evitando ogni suggestione che può derivare dal mercato, sempre più globale, omologante ed interconnesso. Nel mio piccolo, tutto il materiale che uso nel mio laboratorio è rigorosamente italiano.
D. Parlava delle sue radici.
R. Alle mie spalle ho una storia lunga. Questa mia attività prende l’avvio nel 1889. Protagonisti due fratelli: Camillo e Giuseppe Coltellacci. Gestivano un bar drogheria con annessa merceria e accessori d’abbigliamento. Prima della seconda guerra mondiale, subentrano nella gestione i figli di Camillo, Alfredo e Giovanni. Con la morte di Alfredo nel 1965 le attività furono scisse, e quella che era inerente all’abbigliamento passò a Virginia, mia madre, figlia di Alfredo. Insieme a mio padre Augusto, rinomato sarto, iniziò la svolta positiva. Nel 1986 il testimone venne affidato nelle mie mani. Avevo vent’anni, e con il saggio supporto di mio padre diedi un’impronta di profondo cambiamento alla nostra attività, decisamente orientata all’affermazione dell’impronta tipica dell’anima artigiana, che ho infuso nel mio quotidiano, duro e intenso lavoro.
D. E per il futuro?
R. Intanto non puntare alla quantità ma alla qualità, e mantenere saldo il criterio dell’attività, rivolta alla persona e non alla sola vendita di un prodotto.Il futuro lo vedo molto difficile. Ho due figlie: Maria, 23 anni all’ultimo anno dell’università, e Ludovica, 17 anni liceale. Non so se saranno illuminate sulla via di Damasco. Mi guardo attorno e vedo solo il deserto, alla ricerca di una possibile oasi. È difficile trovare giovani che guardino ad un comparto come il nostro, che pure salda strettamente passione e creatività. Non ci aiutano le istituzioni che non ci sostengono nella formazione di apprendisti, con costi e adempimenti imposti da una asfissiante burocrazie, del tutto insostenibili da un’impresa come la mia. Eppure, con i miei collaboratori, non demordo e non mi rassegno al declino. Vedremo.   

Tags: Giugno 2017

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