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banche inerti ma capitali privati attivi a sostegno delle piccole e medie imprese

di RICHARD GRECO amministratore delegato della Filangieri Capital Partners

L'Italia è un Paese ricco. In un certo senso è il più ricco Paese del G7. Nel novembre 2011 la banca Morgan Stanley ha pubblicato un rapporto  nel quale ha dimostrato che l’italiano medio possiede un attivo di 340 mila euro, metà del quale costituito da asset finanziari e l’altra metà investito nel settore immobiliare. Questa ricchezza è stata accumulata negli anni, soprattutto nei 70 trascorsi dalla fine della seconda guerra mondiale e dall’inizio del miracolo economico italiano.
L’Italia è la settima economia  nel mondo e la quarta in Europa, con un prodotto interno pari ad 1,8 trilioni di dollari; ed è anche uno dei più imprenditoriali e creativi Paesi del mondo, con quasi sei milioni di società registrate, ovvero una ogni dieci abitanti. L’Italia ha anche la più alta produzione di brevetti e il più alto investimento pro capite nella ricerca e sviluppo in tutta l’Europa. Dei sei milioni di società esistenti, 3.921 aziende hanno un’entrata da 15 milioni a 330 milioni di euro. Le  piccole e medie imprese rappresentano il 50 per cento del valore aggiunto manifatturiero, del quale solitamente il 40-50 per cento viene ricavato dalle esportazioni.
Gli ultimi dati disponibili mostrano che nel 2010 le vendite da parte delle piccole e medie imprese sono aumentate del 9 per cento, ma sono rimaste ancora del 7 per cento sotto il livello delle vendite del 2007; tutto ciò fa pensare ad una potenziale crescita nel prossimo futuro. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, le piccole e medie imprese italiane costituiscono la base dell’economia, e le loro esportazioni costituiranno una crescita economica nel corso di quest’anno.
Questa è una buona notizia, specialmente perché i prodotti made in Italy nei settori della progettazione, ovvero designer, ingegneria e manifatture, sono ampiamente riconosciuti di alta qualità; infatti l’Italia è geograficamente ben situata, tanto da poter raggiungere 600 milioni di consumatori nei Paesi in fase di sviluppo come quelli dell’Europa dell’Est, del Sud Africa e del Medio Oriente. Tuttavia, mentre i consumatori nel mondo cercano la qualità superiore nell’ingegneria, nell’artigianato, nello stile dei prodotti italiani specialmente della moda, nella meccanica, nei motori e nella cosmetica, e sono anche disposti ad investire di più, attualmente a tanti imprenditori e aziende italiane manca l’elemento fondamentale necessario per la crescita, il capitale.
Il capitale non è un vero problema per le 325 società quotate in borsa, che hanno accesso ai mercati finanziari internazionali. Il problema è che esistono solo 325 società quotate in borsa. Le altre 3.600 piccole e medie imprese sono private, e sono cresciute dipendendo quasi completamente, nei finanziamenti del credito bancario. Ma  secondo i dati di Mediobanca, la crescita di quest’ultimo, anno dopo anno, era scesa dello 0,4 per cento nel novembre 2011; e,  sempre anno dopo anno, del 4 per cento nel marzo 2012. D’altronde il credito bancario negli Stati Uniti rappresenta soltanto il 30 per cento del finanziamento aziendale.
Il problema del credito per le piccole e medie imprese italiane potrebbe tecnicamente aggravarsi nel futuro. Le banche hanno ancora bisogno di risolvere le difficoltà dei loro bilanci patrimoniali, create dalla crisi finanziaria, e naturalmente cureranno meno il mercato medio e  di più le grandi aziende. Inoltre le normative più severe imposte dall’Unione Europea, come quelle relative all’accordo Basilea 3, stanno facendo lievitare i costi dei prestiti bancari per il mercato medio. La Morgan Stanley stima per esempio che le banche italiane hanno bisogno di ridurre gli asset per oltre 200 bilioni di euro nei prossimi 2 o 3 anni, in modo da raggiungere le normative di Basilea 3. Queste normative non sono temporanee ma permanenti, per altro non vi sono nuovi Clo, ossia Credit loan obligations, obblighi di prestito di credito che sono stati creati.
Questi veicoli di cartolarizzazione furono istituiti per mettere in comune i prestiti alle piccole e medie imprese e renderli più attraenti per la vendita agli investitori non bancari, quindi per cercare di fare spazio, nel bilancio patrimoniale delle banche, ad ulteriori prestiti. Secondo l’agenzia  Standard & Poors, approssimativamente il 98 per cento degli obblighi di prestito di credito, appunto i Clo, esauriranno il loro periodo di investimento entro il dicembre 2014, e non vi sono al momento programmi per sostituirli.
Con le banche che non prestano e  con la chiusura del mercato degli obblighi di prestito di credito ovvero dei  Clo, dove vanno le piccole e medie imprese italiane a cercare il credito grazie al quale realizzare i loro programmi di crescita internazionale? Nonostante la percezione dello stallo politico verificatosi nell’ultimo anno in Italia, il Governo italiano non ha riconosciuto il problema del credito. In realtà è più di un problema, perché la mancanza di credito al mercato medio italiano è una minaccia all’intera economia. Se il mercato medio è sprovvisto di capitale, l’economia sicuramente avvizzisce e, di conseguenza, i lavori verranno perduti e l’economia si contrarrà forse irreversibilmente. Successivamente il Governo ha approvato la legge 134, conosciuta anche come  «decreto di crescita 2012», che ha rimosso gli impedimenti fiscali per le società non quotate, rendendole più interessanti per i fornitori di credito non bancario.
La legge 134 amplia l’accesso al credito privato da parte delle imprese medie non quotate. A differenza del passato, le società del mercato medio potranno detrarre gli interessi pagati sul debito privato e partecipare all’acquisto,  con i fondi ottenuti grazie a tale debito, delle azioni emesse; inoltre potranno emettere obbligazioni per un importo superiore di oltre 2 volte il loro valore netto;  le ritenute fiscali sono state eliminate per i fondi fuori dall’Italia.
Vi sono molte possibilità per le aziende italiane di ottenere prestiti non dalle banche. In primo luogo potrebbero ricorrere per lungo tempo ai finanziamenti di istituti di credito che non siano influenzati quanto le banche, e questo favorirebbe lo sviluppo di partnership affidabili e a lungo termine. In secondo luogo  potrebbero diversificare le loro fonti di capitale; la diversificazione è un modo per ridurre il rischio di non trovare, all’occorrenza, il capitale necessario. Per esempio, spesso le banche non sono disposte ad allacciare rapporti di affari con le società, specialmente durante gli anni difficili della recessione, quando le imprese ne hanno  invece la necessità.
 La prudenza suggerisce a qualsiasi creditore di diversificare le fonti di capitale, e l’emergenza facilita il ricorso a finanziamenti di provenienza  non bancaria. Ma anche le banche possono avere vantaggi dalla collaborazione con fonti di capitale non bancarie. L’attività di molte di esse, nel campo dei prestiti, si ricollega allo sviluppo, connesso a questi, di altri servizi di cui le società possono avere bisogno, per esempio transazioni consistenti in cambi o i semplici depositi di contanti. La collaborazione con le «non banche» permetterebbe alle banche di mantenere i loro rapporti con la clientela anche senza disporre  delle stesse quantità di capitale. Per esempio, se precedentemente una banca aveva la possibilità di prestare 200 euro e due società avevano bisogno ognuna di 100 euro, la banca poteva soddisfare le loro esigenze  stabilendo un rapporto con entrambe, concedendo 100 euro a ciascuna. Ma nel mondo dei capitali una banca potrebbe disporre, per il credito, solo di 100 euro, per cui, anziché essere costretta a scegliere uno dei due richiedenti, potrebbe concedere 50 euro a ciascuno di essi; a sua volta la «non banca» potrebbe concedere gli altri 50 euro ad ognuno. Le due società ricevono il capitale loro necessario per realizzare i rispettivi programmi, la banca può mantenere i rapporti con entrambi, rafforzando l’attività del sistema bancario.
L’aggiunta, al credito bancario, di finanziamenti privati «non bancari», concessi alle piccole e medie imprese italiane potrà avvenire gradualmente, anche senza l’appoggio e l’incoraggiamento delle istituzioni italiane e del Governo. Il Wall Street Journal ha recentemente segnalato che le piccole e medie imprese italiane respinte dalle «banche domestiche» si stanno rivolgendo alle fonti finanziarie internazionali per motivi di efficienza e di sostenibilità.
Per la salute e per la stabilità del mercato, le fonti primarie di capitale per l’Italia devono provenire dall’Italia. Ora che le banche prestano di meno, fornitori di capitale per le società sono i fondi pensione, le società di assicurazione ed  anche gli enti governativi. Queste istituzioni dispongono di una liquidità in eccesso, e attualmente hanno l’opportunità di guadagnare molto bene prestando alle imprese e collaborando con quelle che hanno esperienza nel compiere analisi di credito. Una novità richiede sempre una leadership dirigente, per cui dovranno essere le maggiori istituzioni italiane ad indicare le modalità al Paese. 

Tags: Giugno 2013

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