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Corsera Story. La risata di Roma si è ridotta a un ghigno

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L’opinione del Corrierista

dal «Corriere della Sera», martedì 4 luglio 1978

Ride ancora Roma come una volta, come ai tempi di Gioacchino Belli e di Trilussa? Più che un riso è stato in realtà un ghigno amaro e beffardo quello che ha caratterizzato l’indole d’un popolo un tempo grande, costretto dalla storia a subire tutti i potenti succedutisi nel mondo. Assurta a metropoli in un’epoca di prevalenti comunicazioni di massa, che cosa conserva dell’antico spirito caustico?
Un nutrito staff di scrittori, giornalisti, poeti, sta vagliando per la Rai-Tv materiale umoristico raccolto nei mesi scorsi in tutto il paese per la trasmissione «L’Italia quando ride»: un concorso a premi - i vincitori saranno ritratti da pittori naif -, ideato e organizzato da Cesare Zavattini e Giovanni Baldari, direttore di Radiouno. Collaboratori esterni hanno viaggiato per paesi e città, registratore a tracolla e microfono in mano, alla ricerca di battute, storielle, barzellette, aneddoti, infiniti episodi utili per ricostruire il volto di un popolo solitamente sorridente, almeno per il passato.
Attrice di cab, cantante della mala, ballerina, animatrice di programmi radiofonici, Erika Grassi è stata la spigolatrice, su nastro, del residuo spirito romanesco condito non da amene barzellette, ma da battute salaci, pesanti invettive, storie corrosive. Cosa ha trovato? «Sono stata nelle borgate, fra i baraccati, i carcerati, gli anziani, i pensionati, gli sportivi - racconta. La battuta non è così pronta, prima emergono problemi sociali, preoccupazioni economiche, timori e proteste. Solo all’osteria, con un bicchiere di vino e due o tre ore di compagnia, riaffiora lo spirito romanesco.
Un risultato deludente, Roma non ride più? Zavattini è stato anche sfortunato. Trovatosi a condurre nel dicembre scorso un programma radiofonico - «Voi e io, parole e musiche provocate dai fatti - basta su piccoli e grandi avvenimenti della vita quotidiana, lo scrittore invitò gli ascoltatori ad inviare storielle, barzellette, battute. Un esperimento simile compiuto 25 anni fa al suo paese, Luzzara, aveva prodotto un nubifragio di risate. Anche stavolta cominciò a piovere «dalla trovata surrealistica, raffinata, alla scenetta paesana e bonaria», racconta Zavattini. Così è nato il concorso, ma si era in marzo e giorni tristi incombevano sull’Italia. Rimasta in frigo, la progettata iniziativa viene ora riscaldata. Ma gli spigolatori si sono trovati fra la gente proprio all’epoca del rapimento di Moro.
Secondo Erika Grassi, ora impegnata a tradurre canzoni della mala nello stile discoteca, solo fra gli alunni delle elementari cresce rigoglioso il fiore dell’umorismo: battute, barzellette talvolta ingenue, talvolta irriverenti ma a getto continuo. La trasmissione radiofonica potrà dire quanto questa insospettabile riflessività romana si comune ad altre regioni, sia dipesa dai luttuosi avvenimenti nazionali. «Il ridere–spiega l’esperto Zavattini–è un cosa seria, al punto che certe personalità temono più una risata che i carabinieri».
In realtà è anche il microfono ad agghiacciare gli intervistati. La città si è smisuratamente ingrandita nella massa di immigrati; introvabili sono i vecchi romani, non costituiscono più una piccola comunità raccolta, un mondo chiuso fra usi e abitudini secolari. Si assiste ad un livellamento nazionale, ad una osmosi crescente. Tuttavia lo spirito romanesco non è del tutto scomparso, è solo difficile trovarlo. «Esemplari ci sono in giro, ma sempre più rari–afferma il poeta Gaio Fratini che è nella giuria del concorso–. Già la Roma di Flaiano, di venti o addirittura dieci anni fa, si va dissolvendo; si incontrano ancora tassinari, camerieri, posteggiatori, osti dal tratto genuino, ma questi superstiti finiscono col sentirsi personaggi, diventano attori e recitano, addio autenticità».
Il papa non è più bersaglio dei pronipoti del Belli; il capo dello Stato e il presidente del Consiglio non sono espressi solo dai romani, il Governo è considerato dagli umoristi un’avversità nazionale; il sindaco non ha gran potere, delle contravvenzioni si ritiene responsabile il vigile. Contro chi imprecare, chi beffeggiare, dileggiare con ironia, satira, sarcasmo? Anche il Belli perderebbe il livore; l’aggressiva tracotanza si stempera nella generalizzata protesta qualunquistica da ragionieri della barzelletta.
«Si è molto attutito il cinismo romano–attesta un altro autorevole giurato della risata, Marcello Marchesi–, gli abitanti di Roma non hanno più occasioni per incontrarsi ed esprimersi. Subiamo tutti l’influenza dei grandi mezzi di comunicazione, soprattutto della televisione. Tutti parliamo come ci impongono la Rai-Tv e i giornali, le battute sono comuni». Una volta, ricorda Marchesi, c’era una spontanea, nutritissima fioritura di storielle, strofette, sfottò; Gigi Pizzirani imbottiva il Rugantino col materiale che gli inviavano i suoi lettori. «Roma era un piccolo centro pigro di azione ma fervido di mente», conclude l’umorista. Destinato quindi a soccombere l’antico mordace spirito fescennino che ha permesso ai romani di sopravvivere alla storia per tremila anni? Per ora s’è soltanto un po’ sbiadito, la crisi è comune a tutto il paese. Langue la tradizionale poetica produzione romanesca ma in un desolante panorama nazionale. Secondo i professionisti della barzelletta però la satira a Roma non morrà mai. Finché almeno vi saranno Governo e Parlamento. E nella peggiore ipotesi, la cupola di San Pietro.

Tags: Novembre 2016 Roma Victor Ciuffa Corriere della Sera Corrierista

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