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PIETRO INTINI (OLIO INTINI): MOLTI PREMI E UN SOGNO

Tra le aziende agricole che, al di là della più tradizionale attività di olivicoltura, hanno investito in cultivar rare nel tentativo di recuperarle e riportarle a una diffusione maggiore spicca la pugliese Intini, che in questa edizione di Olio Capitale ha raccolto l’ennesimo e meritato premio, stavolta con l’Affiorato, un blend di Coratina e Provenzale dal fruttato medio/intenso, oltre che la menzione d’onore “Ex albis ulivis” per il punteggio più alto tra gli espositori presenti in fiera. Olio tra l’altro primo classificato della 27esima edizione dell’Ercole Olivario e vincitore anche del Sol d’Oro 2018, mentre il Sol d’Oro 2019 se lo aggiudica il suo Bio nella categoria “biologici”; il Magnifico 2018 invece è andato alla Coratina, come anche il premio Flos Olei 2019 in quanto migliore evo nel rapporto qualità/packaging.

Incetta di premi quindi per Intini, il cui responsabile della produzione Pietro così descrive la passione di generazioni che in lui ha preso forma soprattutto nel desiderio di riportare in vita la cultivar Cima di Mola.

“L’azienda esiste da quattro generazioni ma è nostra da tre: il mio bisnonno ci lavorava, poi è diventata di famiglia con l’arrivo di mio nonno. Siamo ad Alberobello, vicino la valle d’Itria, quindi nella Murgia; ci troviamo in collina, con un’altezza media di 400 metri slm. Terreni molto rossi e argillosi, escursioni termiche importanti tra il giorno e la notte: una zona che senz’altro non è quella che il consumatore medio si aspetta quando pensa all’olivicoltura pugliese, ossia distese di ulivi e territori pianeggianti. Anzi, abbiamo insite le difficoltà proprie di tutto quello si produce in collina. Questa piccola premessa è necessaria per contestualizzare il lavoro che facciamo, tra cui la rivalutazione della Cima di Mola, una cultivar molto presente, se non la sola, agli inizi del secolo; mio nonno mi raccontava che in passato era quasi l’unica in queste terre. Attualmente ne è rimasta forse solo un 10 per cento perché in tutti questi anni purtroppo l’importanza dei costi di raccolta e l’incidenza sulla materia prima che si ottiene si fanno sempre più impattanti quindi, essendo una cultivar dal frutto molto piccolo, è difficile da raccogliere in maniera meccanizzata. Poca polpa quindi e rese molto basse: in genere su 100 kg di olive otteniamo una media del 7 per cento. Tali problematiche hanno fatto sì che negli anni la Cima di Mola venisse abbandonata a favore di innesti di cultivar più facilmente gestibili”.

Come mai questa decisione controcorrente? “Principalmente per la tutela del territorio, perché non mi lasciava del tutto indifferente vedere deturpati degli alberi che non vogliamo dire centenari ma che forse lo sono; ecco quindi la scommessa di produrne un olio evo. Ovviamente di lì a farne un grande extravergine è trascorso molto tempo perché bisognava capire il momento giusto della raccolta”.

Quindi, quanti anni? “Circa 9 da quando abbiamo iniziato fino ad ora; tre anni fa è diventata presidio Slow Food, siamo quindi riusciti a farne un extravergine di assoluta qualità, unico perché particolare nei suoi aromi e nel suo gusto, oltre ad aver in qualche modo salvaguardato le piante di nostra proprietà e quelle prese in gestione. Speriamo di incrementare le vendite e di ottenere una massa di consumatori anche per cercare di estendere l’opera. Intanto, non nascondo che sto pensando di innestare alcune varietà di olive che originariamente erano Cima di Mola per riconvertirle nel genotipo di partenza: gli attuali Leccino o Olivastra nelle branche in realtà alle radici sono Cima di Mola”.

Finora Pietro ha scelto per il meglio: ha saputo vedere oltre e la sua lungimiranza è stata premiata, anche con i numerosi riconoscimenti ottenuti dagli oli Intini.

 

LAZZERO, L'OLIO DEL RE IN VISITA AD OLIO CAPITALE

 

 

(nella foto, Pietro Intini e Paola Fioravanti dell'Umao, Unione mediterranea assaggiatori oli)

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